Protetto: Correttore Prove di Verifica Vc

Il contenuto è protetto da password. Per visualizzarlo inserisci di seguito la password:

Pubblicato in tecnologia dei processi di produzione | Contrassegnato , , , , , , , , , , ,

Avviso Quinta C

Potete scaricare la dispensa “La Prestampa Digitale-Appunti di Tecnologia

Pubblicato in avvisi_warning!, tecnologia dei processi di produzione | Contrassegnato , | Lascia un commento

Traccia Prova Esperta IVB

Sulla base delle varie esercitazioni condotte in labolarorio, delle conoscenze e delle abilità acquisite nella fase progettuale ed esecutiva, descrivere in forma puntuale e sintetica quanto richiesto dalla seguente traccia.
Arricchire la relazione con la descrizione delle eventuali particolari scelte grafiche adottate e delle strategie esecutive poste in essere.


Progettare un booklet da inserire nella tasca di una custodia DVD in cartoncino, avente almeno 12 pagine. Individuare le caratteristiche espressive della grafica in relazione alla tematica del progetto editoriale. E conseguentemente, stabilire il set dei caratteri, dimensioni dei corpi principali per le parti testuali; la gamma cromatica a partire dal colore chiave. Stabilire il formato, le dimensioni in mm della pagina e del foglio; la misura dei margini interni; le caratteristiche della gabbia tipografica.
Nella seconda parte, descrivere in forma puntuale la procedura adottata nella fase esecutiva (applicativo, impostazione del progetto, ecc), considerando di voler stampare le pagine su un singolo foglio di stampa in bianca e volta.


 

Schermata 2016-05-17 alle 17.29.46

Esempio di esecutivo di un booklet in fase di realizzazione

 

Schermata 2016-05-19 alle 19.00.44

La prima e l’ultima pagina del booklet (copertina)

 

Schermata 2016-05-18 alle 19.22.13Schermata 2016-05-18 alle 19.22.28

Schermata 2016-05-19 alle 18.27.47Schermata 2016-05-19 alle 18.27.59Schermata 2016-05-19 alle 18.28.17


L’impaginato deve essere esportato in PDF-X (in Illustrator: FILE>Salva>PDF).


  1. Creiamo un nuovo documento di formato A3 verticale a 300 ppi;
  2. inseriamo una linea guida verticale al centro del foglio (ci servirà per allineare le coppie di pagine);
  3. Il PDF di Illustrator deve essere importato in Photoshop;
  4. Con le impostazioni visibili nella fig. 8, apriremo una per volta le tavole 1; 3; 5;
  5. LIVELLO>Unico livello;
  6. FINESTRA>Ordina>Due in orizzontale; trasciniamo la prima tavola nel foglio A3, in altro, lasciando una decina di millimetri dal margine superiore;
  7. siastemata al centro la prima tavola, trascinimo quattro linee guida al lati delle pagine (sinistra, destra, alto, basso);
  8. importiamo la terza la quinta tavola, lasciando circa 5 mm tra l’una e l’altra.
  9. Completato l’importazione e la disposizione, salviamo: FILE>Salva con nome>Booklet_BIANCA.
  10. Selezioniamo i tre livelli creati con le tavole 1-3-5 e salviamo nuovamente: FILE>Salva con nome>Booklet_VOLTA.
  11. Procediamo all’importazione delle tavole 2-4-6, collocandole dall’alto in basso, nella stessa posizione delle precedenti tre (1-3-5), in modo da poterle stampare a registro su uno stesso foglio di stampa di una stampante inkjet o laser.

Schermata 2016-05-19 alle 18.38.00

8) La finestra di importazione dei PDF di Photoshop

 

Schermata 2016-05-19 alle 18.25.43

Impostazione della Bianca

 

 

Schermata 2016-05-19 alle 18.26.07

Impostazione della Volta

Schermata 2016-05-19 alle 18.24.56

Le due impostazioni per la Bianca e la Volta del booklet

 

Pubblicato in Esercitazioni, tecnologia dei processi di produzione | Contrassegnato , , , , , | Lascia un commento

Protetto: Il Booklet

Il contenuto è protetto da password. Per visualizzarlo inserisci di seguito la password:

Pubblicato in Esercitazioni

Selezione dei colori tradizionale

La prestampa oggi


La prima fase nella produzione di uno stampato librario è detta “prestampa“. Essa attualmente – grazie alla diffusione delle tecnologie digitali – può essere descritta da una serie di operazioni, quali: 1) la realizzazione di un bozzetto indicativo della composizione tipografica delle pagine e nella loro sequenza, con illustrazioni, tavole, ecc.; 2) la preparazione di un esecutivo digitale con un applicativo DTP (e l’esportazione in formato  file PDF-X o EPS o TIFF-IT); 3) la scomposizione nei colori di selezione (nei canali cmyk) con un sistema hardware/software (il RIP o con un applicativo RIP software tipo Photoshop); 4) la stampa delle pellicole (CtF) o delle lastre (CtP); 5) la punzonatura e l’installazione delle forme di stampa nella macchina (ad esempio, offset); 6) la messa a registro della macchina di stampa. (Tav.1)


Prima del DTP e della prestampa digitale…


Prima degli scanner, per acquisire l’originale era necessario fotografarlo su pellicola litografica – al tratto o a tono continuo, secondo necessità – utilizzando una repro-camera. Nel dorso a tenuta luce della macchina – che era talvolta accessibile direttamente dalla  camera oscura dove avveniva il trattamento chimico – con un dispositivo a depressione (piano aspirante), erano posti a registro la pellicola e il retino di mezzatinta. Nel caso più elementare (stampa in tono di grigi, da stampare ad un colore), non era necessario l’uso dei filtri per il processo di selezione dei colori (filtri R – G – B e Y per il nero) da anteporre all’ottica apocromatica ad altissima risoluzione, per ricavarne le pellicole di selezione del ciano, magenta, giallo e nero, necessarie per la stampa in quadricromia, in offset o rotocalco. La pellicola (matrice) recante l’immagine – con la tipica retinatura di mezzatinta – veniva quindi montata insieme alla pellicola al tratto contenente il testo –  impaginato in fotocomposizione – e nuovamente riprodotta con un bromografo per ottenere una stampa per contatto negativa, dalla quale ricavare la forma di stampa da montare sul cilindro o tamburo della macchina offset.


NOZIONI_GENERALI

La scheda fornisce nozioni generali circa alcune procedure di stampa (litografia e serigrafia) per le quali erano – e sono tutt’ora – utilizzate lastre litografiche, negative e positive.

RETINI_PER_MEZZETINTE

Nella parte destra della scheda si vedono due modelli di apparecchiatura fotomeccanica – in alto una reprocamera verticale, in basso una orizzontale adatta per originali di grande formato. Nella pagina di sinistra, la scheda spiega come ottenere negativi con retino per mezzetinte (in altro) e parla delle attrezzature fotomeccaniche (in basso), di uso comune ancora negli anni 70-80 del ‘900.

INSSRIMENTO_ILLUSTRAZIONI

La scheda spiega come si inserivano le illustrazioni in pagine contenenti testo

Pubblicato in appunti, Esercitazioni, tecnologia dei processi di produzione | Contrassegnato , , , , , , , | Lascia un commento

Manifesto ambientalista

TERRA_BRUCIATA_POSTER.png

Immagine | Pubblicato il di | Contrassegnato , , | Lascia un commento

Custodia semplice per CD/DVD

Ecco un modello di custodia definitivamente semplificato, con due tasche per contenere un supporto ottico tipico – nella sua bustina di protezione – e un booklet di dimensioni ridotte, composto da un massimo di 3 fogli, per un totale di 12 pagine allestiste con un punto metallico (il booklet lo vedremo in seguito).


Per agevolare la produzione domestica, lavoreremo sul formato A4 (l’intero progetto nasce col proposito di rendere gewstibile in proprio anche la fase di stampa e di allestimento).
Le misure del massimo ingombro, considerando le parti che andranno ripiegate ed incollate per formare le due tasche, disposte simmetricamente sono di mm 285 x 205, con un margine al vivo di 3 mm.


 

Schermata 2016-04-27 alle 18.43.46

Design strutturale della custodia, quotato

 

Una volta realizzato lo schema strutturale in disegno vettoriale, adatteremo la grafica che abbiamo progettato in precedenza al presente modello.


Schermata 2016-04-27 alle 18.56.10

Struttura della custodia con indicazione degli spazi grafici

Trattandosi di un modello della massima frugalità e di minime dimensioni, sarà necessario riconsiderare la quantità e le relative dimensioni degli elementi grafici (testo e altro) da inserire.


CUSTODIA_CARTONCINO_A4+GRAFICA

Ipotesi grafica

Pubblicato in Esercitazioni, tecnologia dei processi di produzione | Contrassegnato , | Lascia un commento

Cyberbullismo: comunicare il fenomeno

Progetto Classe per la classe IIIB.
La sicurezza nell’ambiente scolastico e nella sfera privata dei giovani, studenti che vanno dalla scuola Primaria alla Secondaria di I e II grado, è diventato un problema attuale anche in Italia e alle nostre latitudini, tanto da poter essere considerato una forma attuale di aggressività e di sopraffazione che scatena il branco, in genere contro gli individui più deboli, isolati ed indifesi.

Da questa ed altre considerazioni, nasce la volontà da parte di chi – da genitore e o da insegnate –  vive a contatto con i giovani e con queste realtà, di impeganrsi in iniziative per una migliore conoscenza del fenomeno e per sensibilizzare gli attori principali e comprimari.


La voglia di smarrirsi, perdersi e nascondersi nel mondo virtuale, la ricerca studiata e meditata dell’offesa, dell’insulto, della violenza, sono segnali di una distorta percezione dell’altro, di una assurda visione della vita, della scuola e della società, che non possono più essere sottovalutati, né tantomeno, ci si può limitare a qualche timido intervento o a qualche artificio giuridico-sociale: il problema va affrontato seriamente, attraverso una attenta analisi della complessa costellazione di valori e disvalori che orientano le scelte formative della famiglia, della scuola, della società e da un punto di vista etico ed educativo.
Famiglia e scuola, ormai disorientate dalle tante sollecitazioni e pseudo forme educative di una società sempre più complessa ed egoista, nella quale hanno sempre più peso il divertimento, il potere, il denaro, il futile, il transeunte ecc., sono in crisi; l’unità familiare, la moralità, l’ impegno, lo sforzo, il sacrificio, la responsabilità e la dedizione hanno un ruolo marginale. Più volte, in tempi diversi e con modalità differenti, sono stati osservati ed analizzati gli aspetti più significativi e problematici di bambini, fanciulli e adolescenti ed è emerso che, l’istinto a prevaricare, ad offendere, a far del male ed ha manifestare comportamenti aggressivi, in maniera più o meno latente, inizia nei primi anni di scolarizzazione.
Il progressivo aumento di situazioni di disagio profondo, di violenza, di aggressività verso cose e persone, di vera e propria cattiveria verso i propri coetanei o i più giovani, di una sempre più accentuata tendenza ad approfittare dell’ingenuità o della debolezza altrui, di una sempre più crescente volontà a non rispettare le regole, fanno emergere, pertanto, la necessità di una rinnovata attenzione per l’ educazione in genere e per l’educazione morale in particolare.
V’è, in pratica, un diffuso analfabetismo etico, sia nel senso di assenza di precipui valori di riferimento, sia per distorte forme di percezione delle argomentazioni di carattere etico. In questo contesto, particolarmente forte deve essere l’orientamento a riconsiderare la scuola come una comunità impegnata sul piano etico.
Va infatti evidenziato il ruolo e le responsabilità delle varie comunità di vita, anche di quella scolastica, nel promuovere lo sviluppo morale inteso, soprattutto, come capacità di cogliere il bene, capacità di amare il bene, capacità di cercare il bene.
J. Dewey, nel lontano 1979, in Democrazia e educazione, aveva già delineato una prospettiva di educazione morale nella scuola e ribadito come nel pensiero greco già si era affermato che “l’ uomo non poteva raggiungere la penetrazione teorica del bene prima di aver passato anni di abitudine pratica e di strenua disciplina. La conoscenza del bene non era una cosa da ricavare dai libri o dagli altri, ma si otteneva attraverso una prolungata educazione. Era la grazia culminante di una matura esperienza di vita”. Di qui la necessità di costruire, nella scuola e nella famiglia, una vera vita di comunità, per affinare precipue disposizioni interne e per meglio esercitarsi nello sviluppo delle virtù intese come disposizioni stabili che facilitano le scelte e gli atti moralmente positivi. In particolare, occorre promuovere le virtù della prudenza, intesa come capacità di decisione meditata e responsabile che pervade tutto l’agire umano, della giustizia, della perseveranza, dell’ amore verso gli altri. “Il compito della scuola, pertanto, è quello di far acquisire non solo competenze, ma anche valori da trasmettere per formare cittadini che abbiano senso di identità, appartenenza e responsabilità” (Dipartimento per l’Istruzione. Nota 31 luglio 2008).
Ogni processo educativo (interno ed esterno alla scuola), oltre a svolgere una fondamentale funzione di servizio alla vita, deve favorire la relazione, il libero scambio di informazioni e opinioni, l’assunzione di atteggiamenti e comportamenti prudenti, giusti e amorevoli. La prudenza aiuta ad affrontare serenamente i problemi connessi alla responsabilità educativa. La giustizia favorisce il pieno esercizio delle libertà, rende più disponibili alla relazione costruttiva in ambito relazionale. La perseveranza aiuta ad assumere modi migliori di comportamento e a trovare soluzioni adeguate ai diversi problemi. L’amore rende più buoni, più aperti al dialogo e alimenta lo sforzo quotidiano di progredire insieme con l’altro verso la realizzazione piena della propria umanità. La scuola, in quanto espressione della società e parte responsabile nella sua costruzione e nel suo sviluppo, ha un ruolo sociale di primaria importanza. Ha il non facile compito di promuovere virtù morali essenziali per una convivenza democratica positiva.
Nessuno deve sentirsi semplicemente spettatore, tutti devono avere l’opportunità di partecipare con gioia, in funzione positiva e costruttiva al vivace incontro di azioni e interazioni e comunicare liberamente aspirazioni, difficoltà paure e tensioni interiori. Se non possono comunicare liberamente, se non hanno la possibilità di ascoltare ed essere ascoltati, di vivere in comunione, nell’amore e nella gioia, i ragazzi diventano tristi, possono persino reagire negativamente, con la fuga, la violenza, l’angoscia, la depressione ecc.
Il benessere psicofisico dipende molto dalla comunicazione e relazione educativa, dall’armonia e dalla serenità dei vari contesti formativi. Sicuramente, docenti e genitori, avvertono di avere in mano poche certezze e inadeguati strumenti, si sentono un po’ bloccati e impotenti di fronte a quelli che vengono percepiti come gli insuperabili condizionamenti sociali che incidono negativamente sullo sviluppo del carattere e sull’ educazione morale e sociale.
In un mondo in cui le relazioni e i rapporti umani sono meramente strumentali, mancano, comunque, presenze vive e attive, guide silenziose, discrete e sicure nel cammino della vita, veramente capaci di accogliere, ascoltare, orientare, motivare, guidare, sostenere, incoraggiare e soddisfare l’esigenza di amore filiale, fraterno, materno, paterno. Soltanto quando si riuscirà a creare un ambiente di convivenza democratica che non si limita a predicare i valori, ma sollecita e stimola nella quotidianità comportamenti ispirati al bene verso l’altro, sarà possibile impostare un vero e proprio apprendistato cognitivo finalizzato all’ acquisizione e interiorizzazione di principi, valori e regole di condotta condivise e moralmente significative.

CYBERBULL

Pubblicato in Esercitazioni, tecnologia dei processi di produzione | Contrassegnato , | Lascia un commento

Ambiente e Sicurezza

Per il PROGETTO CLASSE delle IIIe, ci occupiamo della relazione tra ambiente e sicurezza, sotto vari aspetti e considerando varie accezioni per entrambi i termini.

Quella più ovvia si riferisce all’ambiente dove viviamo, come insieme di realtà naturali e artificiali, di spazi e di relazioni che vanno dal rione al quartiere, coi luoghi di ritrovo e di socialità, le piazze, le strade, gli edifici, il verde pubblico, l’arredo urbano, i servizi, ecc.

La città dove viviamo ha precise caratteristiche, dovute alla sua storia, al suo sviluppo culturale, economico, demografico.
Solitamente, l’ambiente nel quale l’indiviudio nasce e cresce costituisce un contesto che gli è familiare, dove si sente al sicuro. Ma talvolta esso può mostrarsi ostile, comunicare insicurezza ed essere percepito come un potenziale o concreto pericolo.

E’ difficile, per chi come noi vive ed agisce in questo territorio devastato, dove legalità e illegalità hanno confini sfumati e dove l’indifferenza ed il fatalismo sconfinano talvolta nella palese connivenza col malaffare; dove lo Stato è ancora il nemico o è  identificato con una classe dirigente insensibile e famelica; è difficile, dicevo, non pensare al romanzo-saggio di Roberto Saviano, Gomorra e, in particolare sfuggire alla presa del suo ultimo capitolo, intitolato Terra dei fuochi, che tanta eco ha avuto dalla sua pubblicazione.
(Lo riporto quì integralmente al solo scopo di invogliare alla riflessione sul tema e con la speranza che qualche giovane si accosti alla lettura dell’intero romanzo-inchiesta).

TERRA DEI FUOCHI (da GOMORRA di Roberro Saviano)

“Immaginare non è complicato. Formarsi nella mente una persona, un gesto, o qualcosa che non esiste, non è difficile. Non è complesso immaginare persino la propria morte. Ma la cosa più complicata è immaginare l’economia in tutte le sue parti. I flussi finanziari, le percentuali di profitto, le contrattazioni, i debiti, gli investimenti. Non ci sono fisionomie da visualizzare, cose precise da ficcarsi in mente. Si possono immaginare le diverse determinazioni dell’economia, ma non i flussi, i conti bancari, le operazioni singole. Se si prova a immaginarla, l’economia, si rischia di tenere gli occhi chiusi per concentrarsi e spremersi sino a vedere quelle psichedeliche deformazioni colorate sullo schermo della palpebra.
 Sempre più tentavo di ricostruire in mente l’immagine dell’economia, qualcosa che potesse dare il senso della produzione, della vendita, le operazioni dello sconto e dell’acquisto. Era impossibile trovare un’organigramma, una precisa compattezza iconica. Forse l’unico modo per rappresentare l’economia nella sua corsa era intuire ciò che lasciava, inseguirne gli strascichi, le parti che come scaglie di pelle morta lasciava cadere mentre macinava il suo percorso.
Le discariche erano l’emblema più concreto d’ogni ciclo economico. Ammonticchiano tutto quanto è stato, sono lo strascico vero del consumo, qualcosa in più dell’orma lasciata da ogni prodotto sulla crosta terrestre. Il sud è il capolinea di tutti gli scarti tossici, i rimasugli inutili, la feccia della produzione. Se i rifiuti sfuggiti al controllo ufficiale – secondo una stima di Legambiente – fossero accorpati in un’unica soluzione, nel loro complesso diverrebbero una catena montuosa da quattordici milioni di tonnellate: praticamente come una montagna di 14.600 metri con una base di tre ettari. Il Monte Bianco è alto 4.810 metri, l’Everest 8.844. Questa montagna di rifiuti, sfuggiti ai registri ufficiali, sarebbe la più grande montagna esistente sulla terra. È così che ho immaginato il DNA dell’economia, le sue operazioni commerciali, le sottrazioni e le somme dei commercialisti, i dividendi dei profitti: come questa enorme montagna. Una catena montuosa enorme che – come fosse stata fatta esplodere – si è dispersa per la parte maggiore nel sud Italia, nelle prime quattro regioni con il più alto numero di reati ambientali: Campania, Sicilia, Calabria e Puglia. Lo stesso elenco di quando si parla dei territori con i maggiori sodalizi criminali, con il maggior tasso di disoccupazione e con la partecipazione più alta ai concorsi per volontari nell’esercito e nelle forze di polizia. Un elenco sempre uguale, perenne, immutabile. Il casertano, la terra dei Mazzoni, tra il Garigliano e il Lago Patria, per trent’anni ha assorbito tonnellate di rifiuti, tossici e ordinari.
 La zona più colpita dal cancro del traffico di veleni si trova tra i comuni di Grazzanise, Cancello Arnone, Santa Maria La Fossa, Castelvolturno, Casal di Principe – quasi trecento chilometri quadrati di estensione – e nel perimetro napoletano di Giugliano, Qualiano, Villaricca, Nola, Acerra e Marigliano. Nessun’altra terra nel mondo occidentale ha avuto un carico maggiore di rifiuti, tossici e non tossici, sversati illegalmente. Grazie a questo business, il fatturato piovuto nelle tasche dei clan e dei loro mediatori ha raggiunto in quattro anni quarantaquattro miliardi di euro. Un mercato che ha avuto negli ultimi tempi un incremento complessivo del 29.8 per cento, paragonabile solo all’espansione del mercato della cocaina. Dalla fine degli anni ’90 i clan camorristici sono divenuti i leader continentali nello smaltimento dei rifiuti. Già nella relazione al Parlamento, fatta nel 2002 dal Ministro dell’Interno, si parlava chiaramente di un passaggio dalla raccolta dei rifiuti a un patto imprenditoriale con alcuni addetti ai lavori, finalizzato all’esercizio di un controllo totale sull’intero ciclo. Il clan dei Casalesi, nella sua doppia diramazione, una diretta da Schiavone Sandokan e l’altra da Francesco Bidognetti, alias Cicciotto di Mezzanotte, si spartisce il grande business, un così enorme mercato che – pur con continue tensioni – non li ha mai portati a uno scontro frontale. Ma i Casalesi non sono da soli. C’è il clan Maliardo di Giugliano, un cartello abilissimo nel dislocare in maniera rapida i proventi dei propri traffici, e capace di veicolare sul proprio territorio una quantità immensa di rifiuti. Nel giuglianese è stata scoperta una cava dismessa completamente ricolma di rifiuti. La stima della quantità sversata corrisponde a circa ventottomila Tir. Una massa rappresentabile immaginando una fila di camion, uno appoggiato al paraurti dell’altro, che va da Caserta a Milano.
 I boss non hanno avuto alcun tipo di remora a foderare di veleni i propri paesi, a lasciar marcire le terre che circoscrivono le proprie ville e i propri domini. La vita di un boss è breve, il potere di un clan tra faide, arresti, massacri ed ergastoli non può durare a lungo. Ingolfare di rifiuti tossici un territorio, circoscrivere i propri paesi di catene montuose di veleni può risultare un problema solo per chi possiede una dimensione di potere a lungo termine e con responsabilità sociale. Nel tempo immediato dell’affare c’è invece solo il margine di profitto elevato e nessuna controindicazione. La parte più consistente dei traffici di rifiuti tossici ha un vettore unico: nord-sud. Dalla fine degli anni ’90 diciottomila tonnellate di rifiuti tossici partiti da Brescia sono stati smaltiti tra Napoli e Caserta e un milione di tonnellate, in quattro anni, sono tutte finite a Santa Maria Capua Vetere. Dal nord i rifiuti trattati negli impianti di Milano, Pavia e Pisa venivano spediti in Campania. La Procura di Napoli e quella di Santa Maria Capua Vetere hanno scoperto nel gennaio 2003, grazie alle indagini coordinate dal pubblico ministero Donato Ceglie, che in quaranta giorni oltre seimilacinquecento tonnellate di rifiuti dalla Lombardia sono giunte a Trentola Ducenta, vicino a Caserta.
 Le campagne del napoletano e del casertano sono mappamondi della monnezza, cartine al tornasole della produzione industriale italiana. Visitando discariche e cave è possibile vedere il destino di interi decenni di prodotti industriali italiani. Mi è sempre piaciuto girare con la Vespa nelle straducole che costeggiano le discariche. È come camminare sui residui di civiltà, stratificazioni di operazioni commerciali, è come fiancheggiare piramidi di produzioni, tracce di chilometri consumati. Strade di campagna spesso terribilmente cementificate per agevolare l’arrivo dei camion. Territori dove la geografia degli oggetti si compone di un mosaico vario e molteplice. Ogni scarto di produzione e d’attività ha la sua cittadinanza in queste terre. Una volta un contadino stava arando un campo che aveva appena comperato, esattamente al confine tra il napoletano e il casertano. Il motore del trattore si ingolfava, era come se la terra quel giorno fosse particolarmente compatta. D’improvviso iniziarono a spuntare ai lati del vomere brandelli di carta. Erano soldi. Migliaia e migliaia di banconote, centinaia di migliaia. Il contadino si catapultò dal trattore e iniziò a raccogliere freneticamente tutti i brandelli di danaro, come un bottino nascosto chissà da quale bandito, frutto di chissà quale immensa rapina. Erano soltanto soldi tagliuzzati e scoloriti. Banconote triturate provenienti dalla Banca d’Italia, tonnellate di balle di soldi consumati e finiti fuori conio. Il tempio della lira era finito sotto terra, i rimasugli della vecchia cartamoneta rilasciavano il loro piombo in un campo di cavolfiori.
 Vicino a Villaricca i carabinieri individuarono un terreno dove erano state accumulate le carte utilizzate per la pulizia delle mammelle delle vacche, provenienti da centinaia di allevamenti veneti, emiliani, lombardi. Le mammelle delle vacche vengono continuamente pulite, due, tre, quattro volte al giorno. Ogni volta che devono inserire le ventose dei mungitori automatici gli stallieri devono pulirle. Spesso poi le vacche si ammalano di mastiti e patologie simili, e iniziano a secernere pus e sangue, ma la vacca non viene messa a riposo: semplicemente ogni mezz’ora bisogna nettarla, altrimenti il pus e il sangue finiscono nel latte e interi fusti si pregiudicano. Quando passavo per le colline di carta di mammella, sentivo puzza di latte andato a male. Forse era solo suggestione, forse quel colore giallastro delle carte ammonticchiate deformava anche i sensi. Fatto è che questi rifiuti, accumulati in decenni, hanno ristrutturato gli orizzonti, fondato nuovi odori, fatto comparire chiazze di colline inesistenti, le montagne divorate dalle cave hanno d’improvviso riavuto la massa perduta. Passeggiare nell’entroterra campano è come assorbire gli odori di tutto quanto producono le industrie. A vedere mescolato alla terra il sangue arterioso e venoso delle fabbriche di tutto il territorio, viene in mente qualcosa di simile alla palla di plastilina assemblata dai bambini con tutti i colori disponibili. Vicino a Grazzanise era stata accumulata tutta la terra di spazzamento della città di Milano. Per decenni tutta la spazzatura raccolta nelle pattumiere dai netturbini milanesi, quella scopata al mattino, era stata raccolta e spedita da queste parti. Dalla provincia di Milano ogni giorno ottocento tonnellate di rifiuti finiscono in Germania. La produzione complessiva è però di milletrecento tonnellate. Ne mancano quindi all’appello cinquecento. Non si sa dove vanno a finire. Con grande probabilità questi rifiuti fantasma vengono sparpagliati in giro per il Mezzogiorno. Ci sono anche i toner delle stampanti ad ammorbare la terra, come scoperto dall’operazione del 2006 “Madre Terra” coordinata dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere. Tra Villa Literno, Castelvolturno e San Tammaro, i toner delle stampanti d’ufficio della Toscana e della Lombardia venivano sversati di notte da camion che ufficialmente trasportavano compost, un tipo di concime. L’odore era acido e forte, ed esplodeva ogni volta che pioveva. Le terre erano cariche di cromo esavalente. Se inalato, si fissa nei globuli rossi e nei capelli e provoca ulcere, difficoltà respiratorie, problemi renali e cancro ai polmoni. Ogni metro di terra ha il suo carico particolare di rifiuti. Una volta un mio amico dentista mi aveva raccontato che alcuni ragazzi gli avevano portati dei teschi. Dei teschi veri, di esseri umani, per fargli pulire i denti. Come tanti piccoli Amleto avevano in una mano il cranio e nell’altra una mazzetta di soldi per pagare l’intervento di pulizia dentale. Il dentista li cacciava dal suo studio e poi mi faceva telefonate nervose: “Ma dove cazzo li prendono ‘stì. teschi? Dove se li vanno a cercare?”. Immaginava scene apocalittiche, riti satanici, ragazzini iniziati al verbo di Belzebù. Ridevo. Non era difficile capire da dove venivano. Passando vicino Santa Maria Capua Vetere una volta avevo bucato la ruota della Vespa. Il pneumatico si era tagliato passando sopra a una specie di bastone affilato che credevo fosse un femore di bufalo. Ma era troppo piccolo. Era un femore umano. I cimiteri fanno esumazioni periodiche, tolgono quello che i becchini più giovani chiamano “gli arcimorti”, quelli messi sotto terra da più di quarant’anni. Dovrebbero smaltirli assieme alle bare e a tutto il materiale cimiteriale, lucine comprese, attraverso ditte specializzate. H costo dello smaltimento è elevatissimo, e così i direttori dei cimiteri danno una mazzetta ai becchini per farli scavare, e poi buttano tutto sui camion. Terra, bare macerate e ossa. Trisavoli, bisnonni, avi di chissà quali città si ammonticchiavano nelle campagne casertane. Se ne sversavano talmente tanti, come scoperto dai NAS di Caserta nel febbraio 2006, che ormai la gente quando passava vicino si faceva il segno della croce, come fosse un cimitero. I ragazzini fregavano i guanti da cucina alle loro madri e – scavando con mani e cucchiai – cercavano i teschi e le gabbie toraciche intatte. Un teschio con i denti bianchi, i venditori dei mercatini delle pulci potevano comprarlo anche a cento euro. Una gabbia toracica intatta invece, con tutte le costole al loro posto, fino a trecento euro. Tibie, femori e braccia non hanno mercato. Le mani sì, ma si perdono facilmente i pezzi nella terra. I teschi con i denti neri valgono cinquanta euro. Non hanno un grande mercato, alla clientela sembra non fare schifo l’idea della morte, quanto piuttosto il fatto che lo smalto dei denti lentamente inizi a marcire.
Da nord verso sud i clan riescono a drenare di tutto. Il vescovo di Nola definì il sud Italia la discarica abusiva dell’Italia ricca e industrializzata. Le scorie derivanti dalla metallurgia termica dell’alluminio, le pericolose polveri di abbattimento fumi, in particolare quelle prodotte dall’industria siderurgica, dalle centrali termoelettriche e dagli inceneritori. Le morchie di verniciatura, i liquidi reflui contaminati da metalli pesanti, amianto, terre inquinate provenienti da attività di bonifica che vanno a inquinare altri terreni non contaminati. E ancora rifiuti prodotti da società o impianti pericolosi di petrolchimici storici come quello dell’ex Enichem di Priolo, i fanghi conciari della zona di Santa Croce sull’Arno, i fanghi dei depuratori di Venezia e di Forlì di proprietà di società a prevalente capitale pubblico.
 Il meccanismo dello smaltimento illecito parte da imprenditori di grosse aziende o anche da piccole imprese che vogliono smaltire a prezzi irrisori le loro scorie, il materiale di risulta da cui più nulla è possibile ricavare se non costi. Al secondo passaggio ci sono i titolari di centri di stoccaggio che attuano la tecnica del giro di bolla, raccolgono i rifiuti e in molti casi li miscelano con rifiuti ordinari, diluendo la concentrazione tossica e declassificando, rispetto al CER, il catalogo europeo dei rifiuti, la pericolosità dei rifiuti tossici.
 I chimici sono fondamentali per ribattezzare un carico da rifiuti tossici in innocua immondizia. Molti forniscono un formulario di identificazione falso con codici di analisi menzognere. Poi ci sono i trasportatori che percorrono il paese per raggiungere il sito prescelto per smaltire, e infine ci sono gli smaltitori. Questi possono essere gestori di discariche autorizzate o di un impianto di compostaggio dove i rifiuti vengono coltivati per farne concime, ma possono anche essere proprietari di cave dismesse o di terreni agricoli adibiti a discariche abusive. Laddove c’è uno spazio con un proprietario, lì può esserci uno smaltitore. Elementi necessari nel far funzionare l’intero meccanismo sono i funzionari e dipendenti pubblici che non controllano, né verificano le varie operazioni, o danno in gestione cave e discariche a persone chiaramente inserite nelle organizzazioni criminali. I clan non devono fare patti di sangue con i politici, né allearsi con interi partiti. Basta un funzionario, un tecnico, un dipendente, uno qualsiasi che vuole far lievitare il proprio stipendio e così, con estrema flessibilità e silenziosa discrezione, si riesce a ottenere che l’affare si svolga, con profitto per ogni parte coinvolta. I veri artefici della mediazione però sono gli stakeholder. Sono loro i veri geni criminali dell’imprenditoria dello smaltimento illegale dei rifiuti pericolosi. In questo territorio, tra Napoli, Salerno e Caserta si foggiano i migliori stakeholder d’Italia. Per stakeholder si intende – nel gergo aziendale -quelle figure d’impresa che sono coinvolte nel progetto economico e che con la loro attività sono direttamente, o indirettamente, in grado di influenzarne gli esiti. Gli stakeholder dei rifiuti tossici erano ormai divenuti un vero e proprio ceto dirigente. E non era raro sentirmi dire nei periodi di marcescente disoccupazione della mia vita: “Sei laureato, le competenze ce le hai, perché non ti metti a fare lo stake?”.
 Per i laureati del sud, senza padri avvocati o notai, era una strada certa all’arricchimento e alle soddisfazioni professionali. Laureati, bella presenza, divenivano mediatori dopo qualche anno passato negli USA O in Inghilterra a specializzarsi in politiche dell’ambiente. Ne ho conosciuto uno. Uno dei primi, uno dei migliori. Prima di ascoltarlo, prima di osservare il suo lavoro non avevo capito nulla della miniera dei rifiuti. Si chiamava Franco, l’avevo conosciuto in treno, di ritorno da Milano. Si era ovviamente laureato alla Bocconi ed era diventato esperto in Germania di politiche per il recupero ambientale. Una delle abilità somme degli stakeholder è quello di conoscere a memoria il CER e di comprendere come destreggiarsi al suo interno. Questo gli permetteva di capire come trattare i rifiuti tossici, come aggirare le norme, come presentarsi alla comunità imprenditoriale con scorciatoie clandestine. Franco era originario di Villa Literno e voleva coinvolgermi nel suo mestiere. Aveva iniziato a raccontarmi del suo lavoro partendo dall’aspetto. Norme e divieti del successo di uno stakeholder. Se ti stavi stempiando, o avevi la chierica, dovevi evitare tassativamente riporti e parrucchi-ni. Era vietato, per un’immagine vincente, avere capelli lunghi ai lati del cranio per coprire gli spazi vuoti della pelata. Il cranio doveva essere rasato, o al massimo con una rada peluria di capelli corti. Secondo Franco, lo stakeholder se invitato a una festa, doveva essere sempre accompagnato da una donna, ed evitare di fare lo squallido tampinatore di tutte le gonne presenti. Se non aveva una fidanzata o non ne aveva una all’altezza, lo stakeholder doveva pagare le escort, le accompagnatrici di lusso, quelle più eleganti. Gli stakeholder dei rifiuti si presentano dai proprietari delle imprese chimiche, dalle concerie, dalle fabbriche di plastica e propongono il loro listino di prezzi.
 Lo smaltimento è un costo che nessun imprenditore italiano sente necessario. Gli stake ripetono sempre la stessa medesima metafora: “Per loro è più utile la merda che cacano piuttosto che i rifiuti, per smaltire i quali devono sborsare valigie di soldi”. Non devono però mai dare l’impressione di star offrendo un’attività criminale. Gli stakeholder mettono in contatto le industrie con gli smaltitori dei clan e, seppure da lontano, coordinano ogni passaggio dello smaltimento.
 Esistono due tipi di produttori di rifiuti: quelli che non hanno altro obiettivo se non risparmiare sul prezzo del servizio, non curandosi dell’affidabilità delle ditte a cui appaltano lo smaltimento. Sono quelli che vedono la loro responsabilità terminare appena fanno uscire i fusti dei veleni dal perimetro delle loro aziende. E quelli direttamente implicati nelle operazioni illegali, che smaltiscono loro stessi illegalmente i rifiuti. In entrambi i casi la mediazione degli stakeholder è necessaria per garantire i servizi di trasporto e l’indicazione del luogo di smaltimento, e l’aiuto per rivolgersi a chi di dovere per la declassificazione di un carico. L’ufficio degli stakeholder è la loro automobile. Con un telefono e un portatile muovono centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti. Il loro guadagno va a percentuali sui contratti con le aziende, in relazione ai chili appaltati da smaltire. Gli stakeholder hanno un listino variabile. I diluenti, che per esempio uno stakeholder legato ai clan può smaltire, vanno dai dieci ai trenta centesimi al chilo. Il pentasolfuro di fosforo un euro al chilo. Terre di spazzamento delle strade, cinquantacinque centesimi al chilo; imballaggi con residui di rifiuti pericolosi, un euro e quaranta centesimi al chilo; fino a due euro e trenta centesimi al chilo le terre contaminate; gli inerti cimiteriali quindici centesimi al chilo; i fluff, le parti non in metallo delle auto, un euro e ottantacinque centesimi al chilogrammo, trasporto compreso. I prezzi proposti ovviamente tengono conto delle esigenze dei clienti e delle difficoltà di trasporto. I quantitativi gestiti dagli stakeholder sono enormi, i loro margini di guadagno esponenziali.
 L'”Operazione Houdini” del 2004 ha dimostrato che un unico impianto in Veneto gestiva illegalmente circa duecentomila tonnellate di rifiuti l’anno. Il costo di mercato per smaltire correttamente i rifiuti tossici impone prezzi che vanno dai ventuno a sessantadue centesimi al chilo. I clan forniscono lo stesso servizio a nove o dieci centesimi al chilo. Gli stakeholder campani sono riusciti, nel 2004, a garantire che ottocento tonnellate di terre contaminate da idrocarburi, proprietà di una azienda chimica, fossero trattate al prezzo di venticinque centesimi al chilo, trasporto compreso. Un risparmio dell’80 per cento sui prezzi ordinari.
 La reale forze dei mediatori, degli stakeholder che lavorano con la camorra, è la capacità di garantire un servizio in ogni sua parte, mentre i mediatori delle imprese legali propongono prezzi maggiorati, esenti dal trasporto. Eppure gli stakeholder non vengono quasi mai affiliati nei clan. Non serve. La non affiliazione è un vantaggio per le due parti. Gli stakeholder possono lavorare per diverse famiglie, come battitori liberi, senza dover subire obblighi militari, particolari imposizioni, senza divenire pedine da battaglia. In ogni operazione della magistratura ne beccano diversi, ma le condanne non sono mai pesanti, poiché è difficile dimostrare la loro diretta responsabilità, dato che formalmente non prendono parte a nessun passaggio della catena dello smaltimento criminale dei rifiuti.
 Col tempo ho imparato a vedere con gli occhi degli stakeholder. Uno sguardo diverso da quello del costruttore. Un costruttore vede lo spazio vuoto come qualcosa da riempire, cerca di mettere il pieno nel vuoto; gli stakeholder pensano invece a come trovare il vuoto nel pieno.
 Franco, quando camminava, non osservava il paesaggio, ma pensava a come poterci ficcare qualcosa dentro. Come vedere tutto l’esistente a mo’ di grande tappeto e cercare nelle montagne, ai lati delle campagne, il lembo da sollevare per spazzarci sotto tutto quanto è possibile. Una volta, mentre camminavamo, Franco notò la piazzola abbandonata di una pompa di benzina, e pensò immediatamente che i serbatoi sotterranei avrebbero potuto ospitare decine di piccoli fusti di rifiuti chimici. Una tomba perfetta. E così era la sua vita, una continua ricerca di vuoto. Franco poi aveva cessato di fare lo stakeholder, di macinare chilometri con le auto, a presentarsi agli imprenditori del nord est, a essere chiamato in mezza Italia. Aveva messo su un corso di formazione professionale. Gli allievi più importanti di Franco erano cinesi. Venivano da Hong Kong. Gli stakeholder orientali avevano imparato da quelli italiani a trattare con le aziende d’ogni parte d’Europa, a proporre prezzi e soluzioni veloci. Quando in Inghilterra avevano aumentato i costi dello smaltimento, si presentarono gli stakeholder cinesi allievi dei campani. A Rotterdam la polizia portuale olandese ha scoperto nel marzo 2005, in partenza per la Cina, mille tonnellate di rifiuti urbani inglesi spacciati ufficialmente per carta da macero da riciclare. Un milione di tonnellate di rifiuti hi-tech ogni anno partono dall’Europa e vengono sversati in Cina. Gli stakeholder li dislocano a Guiyu, a nord est di Hong Kong. Intombati, stipati sottoterra, affondati nei laghi artificiali. Come nel casertano. Hanno così velocemente inquinato Guiyu che le falde acquifere sono completamente compromesse, al punto da essere costretti a importare dalle province vicine l’acqua potabile. Il sogno degli stakeholder di Hong Kong è fare di Napoli il porto di snodo dei rifiuti europei, un centro di raccolta galleggiante dove poter stipare nei container l’oro di spazzatura da intombare nelle terre di Cina.
 Gli stakeholder campani erano i migliori, avevano battuto la concorrenza dei calabresi, dei pugliesi e dei romani perché, grazie ai clan, avevano fatto delle discariche campane un enorme discount, senza soluzione di continuità. In trent’anni di traffici sono riusciti a incamerare di tutto, a smaltire ogni cosa con un unico obiettivo: abbattere i costi e aumentare le quantità da appaltare. L’inchiesta “Re Mida” del 2003, che prende il nome da una telefonata intercettata di un trafficante: “E noi appena tocchiamo la monnezza la facciamo diventare oro”, mostrava che ogni passaggio del ciclo dei rifiuti riceveva la sua quota di profitto.
 Quando ero in macchina con Franco ascoltavo le sue telefonate. Dava consulenze immediate su come e dove smaltire i rifiuti tossici. Parlava di rame, arsenico, mercurio, cadmio, piombo, cromo, nichel, cobalto, molibdeno, passava dai residui di conceria a quelli ospedalieri, dai rifiuti urbani ai pneumatici, spiegava come trattarli, aveva in mente interi elenchi di persone e siti di smaltimento a cui rivolgersi. Pensavo ai veleni mischiati al compost, pensavo alle tombe per fusti ad alta tossicità scavate nel corpo delle campagne. Divenivo pallido. Franco se n’accorgeva.
 “Ti fa schifo questo mestiere? Robbe’, ma lo sai che gli stakeholder hanno fatto andare in Europa questo paese di merda? Lo sai o no? Ma lo sai quanti operai hanno avuto il culo salvato dal fatto che io non facevo spendere un cazzo alle loro aziende?”
 Franco era nato in un luogo che l’aveva addestrato bene, sin da bambino. Sapeva che negli affari si guadagna o si perde – non c’è spazio per altro – e lui non voleva perdere, né far perdere coloro per cui lavorava. Ciò che si diceva e mi diceva, le scuse che si raccontava erano però dati feroci, una lettura inversa rispetto a come avevo sino ad allora visto lo smaltimento dei rifiuti tossici. Unendo tutti i dati emersi dalle inchieste condotte dalla Procura di Napoli e dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere dalla fine degli anni ’90 a oggi, è possibile comprendere che il vantaggio economico per le aziende che si sono rivolte a smaltitori della camorra è quantificabile in cinquecento milioni di euro. Ero cosciente che le inchieste giudiziarie avevano scoperto solo una percentuale parziale delle infrazioni e quindi mi veniva come una vertigine. Molte aziende settentrionali erano riuscite a crescere, assumere, erano riuscite a rendere competitivo l’intero tessuto industriale del paese al punto da poterlo spingere in Europa, liberando le aziende dalla zavorra del costo dei rifiuti che gli era stata alleggerita dai clan napoletani e casertani. Schiavone, Maliardo, Moccia, Bidognetti, La Torre e tutte le altre famiglie avevano offerto un servizio criminale in grado di rilanciare l’economia e renderla competitiva. L’operazione “Cassiopea” del 2003 dimostrò che ogni settimana partivano dal nord al sud quaranta Tir ricolmi di rifiuti e – secondo la ricostruzione degli inquirenti – venivano sversati, seppelliti, gettati, interrati cadmio, zinco, scarto di vernici, fanghi da depuratori, plastiche varie, arsenico, prodotti delle acciaierie, piombo. La direttrice nord-sud era la strada privilegiata dai trafficanti. Molte imprese venete e lombarde, attraverso gli stakeholder, avevano adottato un territorio nel napoletano o nel casertano trasformandolo in un’enorme discarica. Si stima che negli ultimi cinque anni in Campania siano stati smaltiti illegalmente circa tre milioni di tonnellate di rifiuti di ogni tipo, di cui un milione solo nella provincia di Caserta. Il casertano è un’area che nel “piano regolatore” dei clan è stata assegnata alla sepoltura dei rifiuti.
 Un ruolo rilevante, nella geografia dei traffici illeciti, viene svolto dalla Toscana, la regione più ambientalista d’Italia. Qui si concentrano diverse filiere dei traffici illegali, dalla produzione all’intermediazione, tutte emerse in almeno tre inchieste: l’operazione “Re Mida”, l’operazione “Mosca” e quella denominata “Agricoltura biologica” del 2004.
 Dalla Toscana non arrivano soltanto ingenti quantitativi di rifiuti gestiti illegalmente. La regione diviene una vera e propria base operativa fondamentale per tutta una serie di soggetti impegnati in queste attività criminali: dagli stakeholder ai chimici conniventi, sino ai proprietari dei siti di compostaggio che permettono di fare le miscele. Ma il territorio del riciclaggio dei rifiuti tossici sta aumentando i suoi perimetri. Altre inchieste hanno rivelato il coinvolgimento di regioni che sembravano immuni, come l’Umbria e il Molise. Qui, grazie all’operazione “Mosca”, coordinata dalla Procura della Repubblica di Larino nel 2004, è emerso lo smaltimento illecito di centoventi tonnellate di rifiuti speciali provenienti da industrie metallurgiche e siderurgiche. I clan erano riusciti a triturare trecentoventi tonnellate di manto stradale dismesso ad altissima densità catramosa, e avevano individuato un sito di compostaggio disponibile a mischiarlo con la terra, e quindi a occultarlo nelle campagne umbre. Il riciclo arriva a metamorfosi capaci di guadagnare esponenzialmente a ogni singolo passaggio. Non bastava nascondere i rifiuti tossici, ma si poteva trasformarli in fertilizzanti, ricevendo quindi danaro per vendere i veleni. Quattro ettari di terreno a ridosso del litorale molisano furono coltivati con concime ricavato dai rifiuti delle concerie. Vennero rinvenute nove tonnellate di grano contenenti un’elevatissima concentrazione di cromo. I trafficanti avevano scelto il litorale molisano – nel tratto da Termoli a Campomarino – per smaltire abusivamente rifiuti speciali e pericolosi provenienti da diverse aziende del nord Italia. Ma è il Veneto il vero centro di stoccaggio, secondo le indagini coordinate negli ultimi anni dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere. Da anni alimenta i traffici illegali sul territorio nazionale. Le fonderie settentrionali fanno smaltire le scorie senza precauzioni, mischiandolo al composto usato per concimare centinaia di campi agricoli.
 Gli stakeholder campani spesso utilizzano le strade del narcotraffico che i clan mettono a disposizione per trovare nuovi territori da scavare, nuove tombe da riempire. Già nell’inchiesta “Re Mida” diversi trafficanti stavano tessendo rapporti per organizzare un traffico di rifiuti in Albania e in Costarica. Ma ogni canale ormai è diventato possibile. Traffici verso est, verso la Romania, dove i Casalesi hanno centinaia e centinaia di ettari di terreno; o nei paesi africani, Mozambico, Somalia e Nigeria. Tutti paesi dove i clan hanno da sempre appoggi e contatti. Una delle cose che mi sconvolgeva era vedere i volti dei colleghi di Franco, i visi degli stakeholder campani tesi e preoccupati i giorni dello tsunami. Appena osservavano le immagini del disastro nei telegiornali, impallidivano. Era come se ognuno di loro avesse mogli, amanti e figli in pericolo. In realtà in pericolo c’era qualcosa di più prezioso: i loro affari. A causa dell’onda del maremoto infatti vennero trovati sulle spiagge della Somalia, tra Obbia e Warsheik, centinaia di fusti stracolmi di rifiuti pericolosi o radioattivi intombati negli anni ’80 e ’90. L’attenzione avrebbe potuto bloccare i loro nuovi traffici, le nuove valvole di sfogo. Ma il rischio fu subito scongiurato. Le campagne di beneficenza per i profughi distolsero l’attenzione sui bidoni di veleni fuoriusciti dalla terra, che galleggiavano a fianco dei cadaveri. Il mare stesso stava divenendo territorio di smaltimento continuo. Sempre più i trafficanti riempivano le stive delle navi di rifiuti e poi, simulando un incidente, le lasciavano affondare. Il guadagno era doppio. L’assicurazione pagava per l’incidente e i rifiuti si intombavano in mare, sul fondo.
 Mentre i clan trovavano spazio ovunque per i rifiuti, l’amministrazione della regione Campania dopo dieci anni di commissariamento per infiltrazioni camorristiche non riusciva più a trovare il modo di smaltire la sua spazzatura. In Campania finivano illegalmente i rifiuti d’ogni parte d’Italia, mentre la monnezza campana nelle situazioni di emergenza veniva spedita in Germania a un prezzo di smaltimento cinquanta volte superiore a quello che la camorra proponeva ai suoi clienti. Le indagini segnalano che solo nel napoletano su diciotto ditte di raccoglimento rifiuti, quindici sono direttamente legate ai clan camorristici.
 Il territorio è ingolfato di spazzatura, e sembra impossibile trovare soluzione. Per anni i rifiuti sono stati ammonticchiati in ecoballe, enormi cubi di spazzatura tritata e imballata in fasce bianche. Solo per smaltire quelle accumulate sino a ora ci vorrebbero cinquantasei anni. L’unica soluzione che sembra essere proposta è quella degli inceneritori. Come ad Acerra, che ha generato rivolte e proteste feroci che hanno censurato persino la semplice idea di un possibile inceneritore in quelle zone. Verso gli inceneritori i clan hanno un atteggiamento ambivalente. Da un lato sono contrari, poiché vorrebbero continuare a vivere di discariche e incendi, e l’emergenza permette in più di speculare sulle terre di smaltimento delle ecoballe, terre che loro stesso affittano; Nel caso però si dovesse realizzare l’inceneritore sono già pronti per entrare in subappalto per la costruzione, e successivamente per la gestione. Laddove le inchieste giudiziarie non sono ancora arrivate, la popolazione è già giunta. Terrorizzata, nervosa, spaventata. Temono che gli inceneritori possano diventare delle fornaci perenni dei rifiuti di mezz’Italia a disposizione dei clan, e quindi tutte le garanzie sulla sicurezza ecologica dell’inceneritore andrebbero a vanificarsi contro i veleni che i clan imporrebbero di bruciare. Migliaia di persone sono in stato di allerta ogni qual volta si dispone la riapertura di una discarica esaurita. Temono che possano arrivare da ogni parte rifiuti tossici spacciati per rifiuti ordinari, e così resistono sino allo stremo piuttosto che rischiare di fare del proprio paese un deposito incontrollato di nuova feccia. A Basso dell’Olmo, vicino Salerno, quando il commissario regionale, nel febbraio 2005, tentò di riaprire la discarica iniziarono a formarsi spontaneamente picchetti di cittadini che impedivano l’arrivo dei camion e l’accesso alla discarica. Un presidio continuo, costante, a ogni costo. Carmine Iuorio, trentaquattro anni, durante una notte terribilmente fredda, mentre teneva il presidio, è morto assiderato.
Il mattino, quando sono andati a svegliarlo, aveva i peli della barba ghiacciati e le labbra livide. Era cadavere da almeno tre ore.
 L’immagine di una discarica, di una voragine, di una cava, divengono sempre più sinonimi concreti e visibili di pericolosità mortale per chi ci vive intorno. Quando le discariche stanno per esaurirsi si dà fuoco ai rifiuti. C’è un territorio nel napoletano che ormai è definito la terra dei fuochi, il triangolo Giugliano-Villaricca-Qualiano. Trentanove discariche, di cui ventisette con rifiuti pericolosi. Un territorio in cui aumentano del 30 per cento all’anno. La tecnica è collaudata e viene messa in pratica a ritmo costante. I più bravi a organizzare i fuochi sono i ragazzini ROM. I clan gli danno cinquanta euro a cumulo bruciato. La tecnica è semplice. Circoscrivono ogni enorme cumulo di rifiuti con i nastri delle bobine di videocassette, poi gettano alcol e benzina su tutti i rifiuti e, facendo dei nastri una miccia enorme, si allontanano. Con un accendino danno fuoco al nastro e tutto in pochi secondi diviene una foresta di fuoco, come avessero sganciato bombe al napalm. Dentro al fuoco gettano resti delle fonderie, colle e morchie di nafta. Fumo nerissimo e fuoco contaminano di diossina ogni centimetro di terra. L’agricoltura di questi luoghi, che esportava verdura e frutta fino in Scandinavia, crolla a picco. I frutti spuntano malati, le terre divengono infertili. Ma la rabbia dei contadini e lo sfacelo diventano ennesimo elemento di vantaggio, poiché i proprietari terrieri disperati svendono le proprie coltivazioni, e i clan acquistano nuove terre, nuove discariche a basso, bassissimo costo. Intanto si crepa di tumore continuamente. Un massacro silenzioso, lento, difficile da monitorare, poiché c’è un esodo verso gli ospedali del nord per quelli che cercano di vivere il più possibile. L’Istituto Superiore di Sanità ha segnalato che la mortalità per cancro in Campania, nelle città dei grandi smaltimenti di rifiuti tossici, è aumentata negli ultimi anni del 21 per cento. Bronchi che marciscono, trachee che iniziano ad arrossarsi e poi la TAC in ospedale, e le macchie nere che denunciano il tumore. Chiedendo il luogo di provenienza dei malati campani spesso viene fuori l’intero percorso dei rifiuti tossici.
 Una volta avevo deciso di attraversare a piedi la terra dei fuochi. Mi ero coperto naso e bocca con un fazzoletto, l’avevo legato sul viso, come facevano anche i ragazzini ROM quando andavano a incendiare i rifiuti. Sembravamo bande di cowboy tra deserti di spazzatura bruciata. Camminavo tra le terre divorate dalla diossina, riempite dai camion e svuotate dal fuoco, così da non rendere mai saturi questi buchi.
 Il fumo che attraversavo non era denso, era come se fosse una patina collosa che si posava sulla pelle lasciando una sensazione di bagnato. Non lontano dai fuochi, c’erano una serie di villette poggiate tutte su una enorme x di cemento armato. Erano case adagiate su discariche chiuse. Discariche abusive che – dopo esser state utilizzate sino all’orlo, dopo aver bruciato tutto ciò che poteva essere bruciato – si erano esaurite. Colme sino a esplodere. I clan erano riusciti a riconvertirle in terreni edificabili. Del resto ufficialmente erano luoghi di pastorizia e coltivazione. E così avevano tirato su graziosi agglomerati di villette. Il terreno però non dava affidabilità, avrebbero potuto esserci smottamenti, improvvise voragini, e così maglie di cemento armato strutturate come resistenti x di rinforzo rendevano sicure le abitazioni. Villette vendute a basso prezzo, seppure tutti sapevano che si reggevano su tonnellate di rifiuti. Impiegati, pensionati, operai, di fronte alla possibilità di avere una villa non andavano a guardare nella bocca del terreno su cui posavano i pilastri delle loro case.
 Il paesaggio della terra dei fuochi aveva l’aspetto di un’apocalisse continua e ripetuta, routinaria, come se nel suo disgusto fatto di percolato e copertoni non ci fosse più nulla di cui stupirsi. Nelle inchieste veniva segnalato un metodo per tutelare lo scarico di materiale tossico dall’interferenza di poliziotti e forestali, un metodo antico, usato dai guerriglieri, dai partigiani, in ogni angolo di mondo. Usavano i pastori come pali. Pascolavano pecore, capre e qualche vacca. I migliori pastori in circolazione venivano assunti per badare agli intrusi, piuttosto che a montoni e agnelli. Appena vedevano macchine sospette avvertivano. Lo sguardo e il cellulare erano armi inattaccabili. Li vedevo spesso gironzolare con i loro greggi rinsecchiti e obbedienti al seguito. Una volta li avvicinai, volevo vedere le strade dove i ragazzini smaltitori si esercitavano per guidare i camion. Ormai i camionisti non volevano più guidare i carichi sino allo sversamento. L’inchiesta “Eldorado” del 2003 aveva dimostrato che venivano sempre di più utilizzati i minori per queste operazioni. I camionisti non si fidavano a entrare troppo in contatto con i rifiuti tossici. Del resto era stato proprio un camionista a far partire la prima importante inchiesta sul traffico di rifiuti nel 1991. Mario Tamburrino era andato in ospedale con gli occhi gonfi, le orbite sembravano tuorli d’uovo che le palpebre non contenevano più. Era completamente accecato, le mani avevano perso il primo strato di epidermide, gli bruciavano come se gli avessero incendiato benzina sul palmo. Un fusto tossico gli si era aperto vicino al viso, e tanto era bastato per accecarlo e quasi bruciarlo vivo. Bruciarlo a secco, senza fiamme. Dopo quell’episodio i camionisti chiedevano di trasportare i fusti nei carichi dell’autotreno, tenendoli a distanza col rimorchio e non sfiorandoli mai. I più pericolosi erano i camion che trasportavano il compost adulterato, concime mischiato a veleni. Solo inalarli avrebbe potuto compromettere per sempre l’apparato respiratorio. L’ultimo passaggio, quando i Tir dovevano scaricare i fusti in alcuni camioncini che li avrebbero traghettati direttamente nella fossa della discarica, era il più rischioso. Nessuno voleva trasportarli. I fusti nei camioncini venivano stipati uno sopra all’altro e spesso si ammaccavano, facendo venir fuori le esalazioni. Così, appena gli autotreni giungevano, i camionisti non scendevano neanche. Li lasciavano svuotare. Poi dei ragazzini avrebbero portato a destinazione il carico. Un pastore mi indicò una strada in discesa dove si esercitavano a guidare, prima dell’arrivo del carico. In discesa gli insegnavano a frenare, con due cuscini sotto il sedere per farli arrivare ai pedali. Quattordici, quindici, sedici anni. Duecentocinquanta euro a viaggio. Li reclutavano in un bar, il proprietario sapeva e non osava neanche ribellarsi ma rivelava il suo giudizio sui fatti a chiunque, davanti ai cappuccini e ai caffè che serviva.
 “Quella roba che gli fanno portare, più se la buttano in corpo quando respirano, prima li farà schiattare. Questi li mandano a morire, non a guidare.”
 I piccoli autisti, più sentivano dire che la loro era un’attività pericolosa, mortale, più sentivano di essere all’altezza di una missione così importante. Cacciavano il petto in fuori e uno sguardo sprezzante dietro gli occhiali da sole. Si sentivano bene, anzi sempre meglio, nessuno di loro neanche per un istante, poteva immaginarsi dopo una decina d’anni a fare la chemioterapia, a vomitare bile con stomaco, fegato e pancia spappolati.
 Continuava a piovere. In pochissimo tempo l’acqua inzuppò la terra che ormai non riusciva ad assorbire più nulla. I pastori impassibili si andarono a sedere come tre santoni emaciati sotto una specie di pensilina costruita con le lamiere. Continuavano a fissare la strada mentre le pecore si mettevano in salvo, arrampicandosi su una collina di spazzatura. Uno dei pastori manteneva un bastone che spingeva contro la tettoia, inclinandola per evitare che si riempisse d’acqua e cascasse sulle loro teste. Ero completamente zuppo, ma tutta l’acqua che mi crollava addosso non riusciva a spegnere una sorta di bruciore che mi saliva dallo stomaco e si irradiava sino alla nuca. Cercavo di capire se i sentimenti umani erano in grado di fronteggiare una così grande macchina di potere, se era possibile riuscire ad agire in un modo, in un qualche modo, in un modo possibile che permettesse di salvarsi dagli affari, permettesse di vivere al di là delle dinamiche di potere. Mi tormentavo, cercando di capire se fosse possibile tentare di capire, scoprire, sapere senza essere divorati, triturati. O se la scelta era tra conoscere ed essere compromessi o ignorare – e riuscire quindi a vivere serenamente. Forse non restava che dimenticare, non vedere. Ascoltare la versione ufficiale delle cose, trasentire solo distrattamente e reagire con un lamento. Mi chiedevo se potesse esistere qualcosa che fosse in grado di dare possibilità di una vita felice, o forse dovevo solo smettere di fare sogni di emancipazione e libertà anarchiche e gettarmi nell’arena, ficcarmi una semiautomatica nelle mutande e iniziare a fare affari, quelli veri. Convincermi di essere parte del tessuto connettivo del mio tempo e giocarmi tutto, comandare ed essere comandato, divenire una belva da profitto, un rapace della finanza, un samurai dei clan; e fare della mia vita un campo di battaglia dove non si può tentare di sopravvivere, ma solo di crepare dopo aver comandato e combattuto.
 Sono nato in terra di camorra, nel luogo con più morti ammazzati d’Europa, nel territorio dove la ferocia è annodata agli affari, dove niente ha valore se non genera potere. Dove tutto ha il sapore di una battaglia finale. Sembrava impossibile avere un momento di pace, non vivere sempre all’interno di una guerra dove ogni gesto può divenire un cedimento, dove ogni necessità si trasformava in debolezza, dove tutto devi conquistarlo strappando la carne all’osso. In terra di camorra, combattere i clan non è lotta di classe, affermazione del diritto, riappropriazione della cittadinanza. Non è la presa di coscienza del proprio onore, la tutela del proprio orgoglio. È qualcosa di più essenziale, di ferocemente carnale. In terra di camorra conoscere i meccanismi d’affermazione dei clan, le loro cinetiche d’estrazione, i loro investimenti significa capire come funziona il proprio tempo in ogni misura e non soltanto nel perimetro geografico della propria terra. Porsi contro i clan diviene una guerra per la sopravvivenza, come se l’esistenza stessa, il cibo che mangi, le labbra che baci, la musica che ascolti, le pagine che leggi non riuscissero a concederti il senso della vita, ma solo quello della sopravvivenza. E così conoscere non è più una traccia di impegno morale. Sapere, capire diviene una necessità. L’unica possibile per considerarsi ancora uomini degni di respirare.
 Avevo i piedi immersi nel pantano. L’acqua era salita sino alle cosce. Sentivo i talloni sprofondare. Davanti ai miei occhi galleggiava un enorme frigo. Mi ci lanciai sopra, lo avvinghiai stringendolo forte con le braccia e lasciandomi trasportare. Mi venne in mente l’ultima scena di Papillon, il film con Steve McQueen tratto dal romanzo di Henri Charrière. Anch’io, come Papillon, sembravo galleggiare su un sacco colmo di noci di cocco, sfruttando le maree per fuggire dalla Cayen-na. Era un pensiero ridicolo, ma in alcuni momenti non c’è altro da fare che assecondare i tuoi deliri come qualcosa che non scegli, come qualcosa che subisci e basta. Avevo voglia di urlare, volevo gridare, volevo stracciarmi i polmoni, come Papillon, con tutta la forza dello stomaco, spaccandomi la trachea, con tutta la voce che la gola poteva ancora pompare: “Maledetti bastardi, sono ancora vivo!”.
FINE
Edito da Mondadori, tutti i diritti sono riservati.

 

Pubblicato in progetti, ricerche, tecnologia dei processi di produzione | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

DVD Label

Progetteremo la grafica per il DVD, partendo dalle misure del supporto fisico, disegnando una serie di cerchi concentrici, di cui il più esterno avrà un raggio di 60mm e quello più interno di soli 8 mm.
Dal cerchio più interno, alla distanza di 12,8 mm abbiamo un secondo cerchio che rappresenta il margine interno dell’etichetta, la quale  occupa solo una zona centrale ed ha una larghezza pari a 38 mm.

 

Schermata 2016-04-11 alle 15.52.52

1) Vista schematica del supporto con le relative misure

 

Elencherò le operazioni necessarie per realizzare l’esempio seguente servendosi di Illustrator e di Photoshop.


 

LABEL_PROGETTO_CLASSE_IVB

2) Esempio di etichetta realizzato con Adobe Photoshop CS6

 

  1. Con Adobe Illustrator creeremo la base del DVD, come dalla fig. 1.
    • Avremo cura di assegnare alle tracce corrispondenti all’area interessata alla grafica, il nero. Le altre tracce andranno con un grigio piuttosto chiaro.
  2. Esporteremo il file in formato png con sfondo trasparente, con una risoluzione di 300 ppi:
    • FILE>Esporta
      Schermata 2016-04-11 alle 16.07.52

      3) Illustrator: FILE>Esporta, Opzioni PNG 


  3. Apriremo il file con Photoshop.
    • lo schema del supporto ottico esportato da illustrator si deve trovare come livello soprastante. Vale a dire che la grafica dell’etichetta si deve trovare sotto, in modo da poter elimiare le parti eccedenti sia all’intero che all’esterno delle circonferenze che la racchiudono. 
  4. Per questo progetto grafico utilizzeremo la FOTO_6.jpg dalla cartella di riferimento. L’immagine dovrà essere ridimensionata per poter lavorare più agevolmente, dato che è stata scelta per le sue caratteristiche formali, ma risulta essere eccessivamente grande per l’etichetta.
    • FILE>Apri: FOTO_6.jpg
    • IMMAGINE>Dimensione immagine: spuntare la casella Ricampiona, assicurarsi che Larghezza e Altezza siano collegati e che l’unità di misura sia fissata in centimeri: immettere 11,7 nella casella Altezza (la Larghezza sarà ridotta proporzionalmente a 21,13).
    • Lasciare la Risoluzione a 300 ppi e cliccare su OK

       

      Schermata 2016-04-11 alle 19.35.01

      4) Photoshop: IMMAGINE>Dimensione immagine

       

  5. La prossima operazione può essere eseguita con varie procedure. Noi useremo alcuni comandi da tastiera (cmd su MacOs = crtl su Win):
    • cmd+A (seleziona tutto) per selezionare il contenuto di FOTO_6.jpg;
    • cmd+C (Copia)
    • andiamo sul file del DVD base
    • cmd+V (Incolla).
      Adesso la foto si trova sul livello Base del DVD. Dobbiamo portarla sotto:

      • Nella Finestra Livelli, doppio clic sul livello Sfondo per sbloccare il livello;
      • clicchiamo e trasciniamo il livello con la foto (rinominato SFONDO) sotto il livello rinominato Base DVD.

         

        Schermata 2016-04-11 alle 20.09.17

        5) Finestra Livelli

         

  6. Posizioniamo in maniera soddisfacente la foto di sfondo in modo che la parte  col cilelo bianco in alto occupi la sinistra dell’etichetta: ci serviremo dello sfondo bianco per collocare una parte del testo (fig. 2).
    • Con lo strumento Sposta (tasto V), adattare la posizione dello sfondo (la foto) in una poosizione soddisfacente;
    • fare in modo da far coincidere il margine inferiore della fotografia con il secondo cerchio (a partire dalla circonferenza esterna).

      Schermata 2016-04-12 alle 16.09.02

      6) Posizione della grafica

      6) Il margine della fotografia deve poggiare sulla circonferenza interna

  7. Adesso useremo la bacchetta magica (tasto W) per selezionare automaticamente le parti della fotografia che non dovranno comparire nello sfondo dell’etichetta.
    • Sul livello BASE DVD, partento dall’interno, selezioniamo la prima circonferenza (possiamo fare questa operazione anche in un solo passaggio selezionando con la Bacchetta magica tenendo premuto iil tasto shift (+ aggiunge alla selezione);
    • Usiamo cmd +D (per deselezionare);
    • spostiamoci sul livello SFONFO (la foto) e cancelliamo il contenuto della selezione;
    • continuiamo a selezionare (sul livello BASE) e a cancellare il contenuto sul livello SFONDO, fino ad eliminare tutte le parti eccedenti, all’interno e all’esterno.

      Schermata 2016-04-12 alle 16.17.41

      7) La prima selezione con lo strumento Bacchetta magica

      Schermata 2016-04-12 alle 19.10.32

      8) Risultato finale dell’operazione di cancellazione delle parti eccedenti


       

  8. A questo punto dobbiamo inserire gli elementi testuali, come in fig.2.
    • Usiamo lo strumento Testo (tasto T) e quando compare il cursore di inserimento digitiamo PROGETTO CLASSE col carattere Gill Sans Bold, corpo 17;
    • (nella finestra Livelli comparirà automaticamente un nuovo livello con lo stesso titolo del testo appena immesso)
    • clicchiamo su Crea testo alterato dalla barra delle opzioni (in alto nella finestra di Photoshop); scegliamo Stile Arco e immettiamo un valore di Piega di 4o;
    • clicchiamo sull’icona di Attiva/Disattiva pannelli carattere e paragrafo (a destra di Crea testo alterato) e immettiamo una percentuale di creantura del 90%.

      Schermata 2016-04-12 alle 19.58.24

      9) Crea testo alterato; Stile: Arco; Piega 40

      Schermata 2016-04-12 alle 19.57.44

      10) Pannello Carattere/Paragrafo: Gill Sans; Bold; 17pt; creanatura 90%

  9. A questo punto dobbiamo ruotare il testo PROGETTO CLASSE fino a fargli assumere la posizione più opportuna.
    • Selezioniamo PROGETTO CLASSE con lo strumento Testo, quindi dal menù MODIFICA>Trasforma-Ruota.
    • Compare un rettanolo di selezione con maniglie ai quattro angoli su cui agire con il mouse (il cui puntatore assume la forma di una doppia freccia arcuata).

    • Schermata 2016-04-12 alle 20.10.07

      11) MODIFICA>Trasforma-Ruota

       

  10. Ancora con lo strumento Testo, digitiamo IVB grafica e ruotiamolo come nel passaggio precedente per adattarlo alla posizione indicata in fig.2.
  11. Adesso attribuiamo un effetto Ombra esterna ad entrambe i testi, e un effetto aggiuntivo di Disturbo.
    • Clicchiamo sul simbolo fx in basso nella finstra Livelli e scegliamo Ombra esterna (fig.13).
      Adesso copiamo lo stile di livello di IVB grafica al testo PROGETTO CLASSE:


    • Schermata 2016-04-12 alle 20.25.02

      12) Finestra livelli; Effetti-Ombra esterna

       

    • crtl+clik sul livello IVB grafica: Copia stile livello
    • selezionare il livello PROGETTO CLASSE: crtl+clik: Incolla stile livello

      Schermata 2016-04-13 alle 16.22.50

      13) Stil livello: Ombra esterna con Disturbo (49%)

      Schermata 2016-04-13 alle 16.23.43

      14) Copia stile livello

      Schermata 2016-04-13 alle 16.24.54

      15) Incolla stile livello

      Schermata 2016-04-13 alle 16.25.15

      16) Risultato dell’operazione Stli livello; Copia e Incolla stile livello

  12. Adesso immettiamo l’altro testo sulla sinistra e il Logo della scuola nella parte destra dell’etichetta.
    • Strumento Testo: digitiamo: Tecnologia dei Processi di Produzione. Utilizzeremo il carattere Gill Sans Light, corpo 10;

      Schermata 2016-04-13 alle 16.43.49

      17) Gill Sans Light 10pt; 90%

    • Fx in basso – Ombra esterna; poi Bagliore esterno (fig. 17);

      Schermata 2016-04-13 alle 16.45.28

      18) Fx: clik su Ombra esterna: 100%, Distanza 2, Dimensione 2

      Schermata 2016-04-13 alle 16.45.03

      19) Nella stessa finestra Stile livello: clik su Bagliore esterno. Estensione 10, Dimensione 4 (gli altri parametri restano quelli di default)

    • Copiamo il livello.
      Schermata 2016-04-13 alle 16.46.13

      20) Duplica livello

      • Digitiamo il secondo testo: Laboratori Tecnici nel documento, al posto di quello duplicato (Tecnologia…) ripetendo ogni volta la stessa operazione sino a completamento dei titoli necessari;

        Schermata 2016-04-13 alle 16.47.04

        21) Finestra Duplica livello prima della modifica del titolo

        Schermata 2016-04-13 alle 16.47.17

        22) Finestra Duplica livello. Immettiamo il titolo corretto per l’etichetta

      • Modifichiamo la posizione dei testi immessi se necessario, selezionando il livello dove si trova ognuno.
        Schermata 2016-04-13 alle 17.01.54

        23) Testo del livello duplicato 

        Schermata 2016-04-13 alle 17.02.05

        24) Testo corretto


  13. Inseriamo il Logo.
    • FILE>Inserisci (scegliamo il file che ci servedalla cartella di riferimento)
    • Modfichiamo la posizione e le dimensioni del Logo (fig. 2)
Pubblicato in Esercitazioni, tecnologia dei processi di produzione, tutorials | Contrassegnato , , , | Lascia un commento