conoscere & competere

Questa storia delle competenze si presta a molti equivoci. Non si hanno competenze senza conoscenze o conoscenze che non comportino anche delle competenze. E non è una questione meramente terminologica! Sono due aspetti complementari e pertanto implicati, come le celebri due facce della stessa medaglia.
Essere competente implica conoscere la materia di cui si tratta, comprenderne in profondità gli aspetti costituenti e, quindi, fare ricerca e studiare quelli in cui si avverte un deficit di conoscenze. Non è competente, ad esempio, chi fa una operazione per mera pratica, senza capirne il significato o essere in grado di apportare delle varianti necessarie al buon esito della operazione. Immaginate un chirurgo all’opera. Si può essere abili ma non per questo competenti. Altro esempio. Se un tizio sa infilare il cotone nella cruna dell’ago grazie alla sua vista formidabile (come facevo io da bambino quando aiutavo mia madre in questa operazione), ciò  non vuol dire che sappia usare ago e filo per rammendare un calzino. Meglio ancora: se io sapessi fare centro a canestro 100 su 100 questo non significa che potrei a giocare in una squadra di basket, magari della NBA. Giocare in una squadra richiede competenza nello svolgere un ruolo, che implica saper prendere rimbalzi, saper stoppare e difendere, passare la palla al compagno smarcato e, infine, al momento giusto, pressato o non dagli avversari, saper andare a canestro. Fare canestro è una abilità che hanno molti di quelli che giocano da soli nel cortile di casa. Non è una competenza e non richiede particolari conoscenze (ad esempio, delle regole del gioco).

Insomma, essere competenti è un altro modo per dire che si hanno conoscenze. La differenza sta nel fatto che si dice competente chi sa utilizzare le conoscenze acquisite, chi le rende efficaci, operative, tanto più se in modo originale, creativo, personale. Allora si crea un circolo virtuoso: quello che sappiamo, che abbiamo imparato in un determinato campo del sapere, ci rende competenti perché crea sintesi con tutto ciò che abbiamo sedimentato, con ciò che siamo.

Spesso si fa l’errore di pensare alle conoscenze come un fatto quantitativo. Si pensa al nozionismo della scuola di un tempo, mnemonica e superficiale. C’è anche questo. Naturalmente, studiare qualsiasi argomento senza comprenderne la ragione, senza sapere perché, porta qualcuno a farlo magari per disciplina, senza essere motivato. Quelle informazioni non durano. Non sono conoscenze, sono nozioni, cose che so ma non so a cosa mi possono servire. Un mio amico aveva studiato filosofia, laureato con 100 e lode. Un giorno mi regalò un libro di poesie con testo greco a fronte (Teognide di Megara), che aveva studiato, affermando che non se ne era fatto nulla di quelle conoscenze. Sfido! Se tu studi lingue antiche e filosofia e poi erediti l’azienda del babbo e ti metti a fare il commerciante, è ovvio che te ne fai poco di Teognide. Ma se fai l’archeologo o il filologo allora metti a frutto la competenza nelle lingue classiche (e poi magari diventi matto come Nietzche!).

Copertina del saggio di Nietzche su Teognide

Copertina del saggio di Nietzche su Teognide

Il fatto è che competenze e competizione hanno un etimo comune ma significati affatto distinti. La sovrapposizione, inconsapevolmente, crea confusione. Si è competenti e, quindi, competitivi. Questo può essere vero in qualche senso, ma si tratta di un aspetto secondario, che diventa importante in una logica “aziendalistica”.  Ecco perché si dovrebbe parlare di competenze in senso formativo e non tecnico, ossia funzionale. Si tende a pensare alle persone competenti solo se sanno fare qualcosa di pratico. L’elettricista, il chirurgo, il meccanico… l’insegnate. E’ giusto. Ma quand’è che un artista è competente? Un poeta quando è competente? E un attore o un cantante? Secondo voi, Benigni è una persona competente? E se si, quando lo è? Quanto recita i suoi monologhi esilaranti, quando interpreta i testi danteschi o quando dirige i suoi film? Sono competenze diverse, ma tutte radicate nella sua cultura, nel suo vissuto. Non sono separabili.

Quando un insegnate si può dire competente, davvero? Se conosce la materia che insegna alla perfezione? Se è in grado di rispondere a qualunque interrogativo su di essa? O piuttosto quando è in grado di indirizzare i discenti verso i saper giusti, li sa orientare nel caos delle conoscenze, sa indicare i percorsi e individuare gli strumenti adatti a formare la personalità del giovane? Quando è capace di modificare dinamicamente la lezione adattandola alle esigenze emergenti; quando sa moderare le tensioni e creare un clima corretto basato sulla comprensione e non sulla coercizione…

v.g.

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Informazioni su vincegargiulo

Nato a Napoli dove ho studiato arte. Insegno grafica e fotografia nella scuola statale. I miei interessi spaziano dalla comunicazione visiva alla filosofia, fotografia, cinema ...
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