Note sulla “risoluzione”

Per qualcuno è un argomento ostico. Per altri, appassionante! La risoluzione. Che roba è? Non è poi tanto difficile: è la quantità di “unità di informazioni” presenti in una porzione di spazio. Non è un concetto nuovo o proprio dell’informatica. Se ne parla(va) anche a proposito della capacità, ad esempio, di una pellicola di registrare con accuratezza i dettagli di un soggetto fotografato; o di un obiettivo di distinguere con precisione le linee di una mira ottica.

Esempio di mira ottica

Esempio di mira ottica

Immaginate un muro di mattoni tutti uguali. Quanti mattoni servono per fare un metro quadrato di muro? Se i mattoni sono tutti uguali, per un metro di muro serviranno sempre lo stesso numero di mattoni, è ovvio.  Ora, al posto dei mattoni poniamo i PIXEL (pi=picture-el=elements) e anziché un metro quadro un pollice quadrato (inc.), abbiamo la risoluzione di un’immagine  digitale.

*Attenzione: la risoluzione riguarda anche i dispositivi di acquisizione, come i sensori degli apparecchi digitali, o gli schermi, i display, i monitor e i video-proiettori coi quali visualizziamo le immagini, o, ancora,  dispositivi di output come stampanti e simili.

La dimensione “assoluta” di una immagine digitale è data dalla quantità di pixel che la formano. Una fotografia di 10 megapixel (dieci milioni di px), ad esempio, ha una dimensione di 3648 x 2736 px. Questa misura (e quella quantità totale) può corrispondere a un’immagine di circa 23 x 31 cm, con una quantità di px per pollice pari a 300 (cioè a 300 dpi = dot per inc. = punti per pollice), idonea per la stampa di alta qualità. Se l’immagine non deve essere stampata, questo dato (cioè la misura espressa in cm) non è molto significativo. Quello che conta è solo la quantità di pixel totali (1o milioni di px = 3348 x 2736) che sono le informazioni totali di cui l’immagine digitale è composta, la si stampi oppure no. In realtà noi possiamo avere stampe molto grandi (ad esempio 100 x 150 cm) anche da originali come nell’esempio. Una stampa di quelle dimensioni si osserva ad una distanza (diciamo due metri) alla quale la quantità di informazioni può essere sufficiente per avere l’impressione di una immagine ben dettagliata.

Per inciso, diciamo che l’espressione “dpi” è corretta quando parliamo di punti, come nel caso delle stampanti; meno corretta quando ci riferiamo a dispositivi di imput o di output. In questi casi è corretto parlare di “ppi” (pixel per inc.).
*Scopriremo in seguito che esiste anche una terza opzione, le “lpi” (lines per inc. = linee per pollice), che si riferisce a dispositivi come le fotounità, utilizzate per produrre le pellicole di selezione per la stampa offset.

LA RISOLUZIONE FA LA DIFFERENZA

Come è possibile che una immagine di una certa dimensione (ad esempio, 5 x 7″ = c. 13 x 18 cm) possa contenere quantità differenti di pixel? I pixel sono come qualunque altra unità di misura (cm, mm, inc. ecc,) e quindi un’immagine con una quantità di pixel minore è più piccola di una con una quantità maggiore. La stessa fotografia, quindi, variando la risoluzione (la quantità di informazioni per pollice, dpi, ma non quella totale) può essere stampata più o meno grande.

Comparazione tra immagini ottenute varando i parametri

Comparazione tra immagini ottenute varando i parametri (leggi il testo).

Se c’è confusione è solo perché noi abbiamo la facoltà di poter stampare un’immagine accontentandoci di una minore qualità, ma più grande. Oppure di stamparla con una maggiore quantità ma più piccola, quello che fa la diffrenza è la quantità di informazioni di cui è composta, che sarà sempre la stessa (quindi, più grande non significa che abbiamo più informazioni!). In sostanza, l’equivoco nasce dal fatto che usiamo come riferimento le unità di misura (mm, cm, o pollici) che sono pensati per la stampa, avendo la possibilità di stabilire la risoluzione (dpi) a piacere, mentre per una stampa di qualità essa deve essere adeguata allo scopo (almeno 240 dpi) e non a piacere. In conclusione, l’unica unità di misura affidabile per le immagini digitali è il pixel.

L’illustrazione mostra tre immagini ottenute, la prima ritagliano una pozione di 300×300 px da una fotografia più grande, la seconda creando un nuovo file di un pollice con una risoluzione di 300 dpi e il  terzo con una risoluzione di 72 dpi. I primi due sono delle stesse dimensioni perché entrambi sono formati da 90.000 pixel; il terzo, anche se ha la dimensione di stampa di 1″, contiene solo poco più di 5100 pixel. Naturalmente, anche se sono tutti documenti della stessa misura (un pollice), quello con una risoluzione inferiore (72 dpi) risulta visibilmente più piccolo.

Particolare originale non interpolato

Particolare originale non interpolato

Con un applicativo di grafica raster possiamo anche modificare “artificialmente” il contenuto in pixel per pollice delle immagini, ricampionando o “interpolando” i pixel originali dell’immagine di partenza, con pixel che sono loro  cloni. Ad esempio, possiamo trasformare una fotografia di 3 megapx in una da 6 (o anche più), portandola da 1535 x 2126 pixel a  3071 x 4254, raddoppiando la misura della base e dell’altezza.
Magnifico! Dove sta l’imbroglio? L’interpolazione (ricampionamento, secondo Photoshop) comporta un calo della nitidezza, aspetto non secondario. Più forte è il ricampionamento, maggiore è il degrado dell’immagine.
Meditate, ragazzi, meditate.

Particolare interpolato

Particolare interpolato

Pixel in evidenza: ingrandimento del 1500%

Pixel in evidenza: ingrandimento del 1500%

 

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Informazioni su vincegargiulo

Nato a Napoli dove ho studiato arte. Insegno grafica e fotografia nella scuola statale. I miei interessi spaziano dalla comunicazione visiva alla filosofia, fotografia, cinema ...
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