La Grande Guerra (1914-2014): appunti per il concorso.

DA GIOLITTI ALLA PPRIMA GUERRA MONDIALE (1900-1916)


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Le cannonate del generale Bava Beccaris a Milano nel 1898, che stroncarono nel sangue Ie agitazioni contro il carovita, fanno cadere il ministero Di Rudinì. Gli succede il governo del generale Pelloux (1898-1900), che intende varare una serie di provvedimenti restrittivi delle liberta previste dallo Statuto albertino, ma l’ostruzionismo delle sinistre alla Camera ne blocca l’ attuazione. Alla deriva dello scontro aperto pone quindi fine il governo Saracco (1900-1901), non sgradito alle sinistre. Ma sulla difficolta a placare Ie esasperazioni di questi tormentati anni a cavallo tra i due secoli e ulteriore testimonianza l’assassinio, il 29 luglio 1900, di re Umberto I, a Monza, per mano di un anarchico.

Sale al trono il figlio di Umberto, Vittorio Emanuele III, che incarica della formazione del governo Giuseppe Zanardelli (1901-1903), con Giovanni Giolitti agli Interni e Giulio Prinetti agli Esteri. E l‘inizio del decennio di potere giolittiano (1903-1914), che si caratterizzera per nuove direttive di governo e di amministrazione dello Stato.

L’età giolittiana

Assunta la presidenza del consiglio nel 1903, Giolitti avvia fin da subito la sua azione di governo appoggiando le istanze delle opposizioni, attraendole così nell’orbita dell’ azione legale in una collaborazione di stampo riformista; in tal modo ottiene l’ appoggio dei rappresentanti delle opposizioni pili disponibili al dialogo e il contemporaneo isolamento delle forze estremiste (internazionalisti, anarchici, repubblicani). Quella che passera alla storia come “età giolittiana” (durata dal 1903 al 1914, pur con le temporanee interruzioni dei governi Fortis, Sonnino e Luzzatti), si caratterizza per un deciso sviluppo della legislazione sociale, con la fondazione di un Consiglio superiore del lavoro (1906) di cui sono membri anche rappresentanti dei sindacati e di un Commissariato dell’emigrazione per l’assistenza agli emigrati, nonchè per un atteggiamento pili liberale della forza pubblica e dei tribunali nei riguardi delle organizzazioni operaie e delle agitazioni per migliorare Ie condizioni di lavoro.

Storicamente Giolitti incarna i pregi e i limiti dello Stato liberale: al marcato riformismo sociale (riposo settimanale obbligatorio, divieto del lavoro notturno femminile, miglioramento delle condizioni dei lavoratori delle risaie) fa infatti da contrappunto una forte ingerenza nelle elezioni politiche e amministrative, soprattutto nell’Italia meridionale (tant’è che Gaetano Salvemini lo definirà “il ministro della malavita”), dove scarsi saranno anche gli interventi governativi a favore dell’economia locale.

Lo sviluppo industriale, grazie anche alla favorevole congiuntura internazionale, vede rinsaldarsi il “triangolo industriale” fra Milano, Torino e Genova, in piena espansione rispettivamente nei settori siderurgico, metalmeccanico e cantieristico. Ma decisivo e l’intervento statale, che sostiene apertamente alcuni settori tramite Ie commesse e gli investimenti delle grandi banche. Alla statalizzazione della gestione dei telefoni (1903) segue, nel 1905, quella delle ferrovie, che favorisce indirettamente l’industria meccanica.

PSI e cattolici: interlocutori privilegiati

La tattica giolittiana trova i suoi interlocutori privilegiati nel PSI e nei cattolici. Nel PSI si delinea, infatti, una corrente, guidata da Filippo Turati e Leonida Bissolati, disposta ad accettare il metodo democratico per ottenere la soddisfazione delle aspirazioni delle masse: in una visione gradualista del processo di sviluppo sociale, i due esponenti socialisti si fanno sostenitori, nonostante l’opposizione della componente rivoluzionaria del partito, dei settori pili avanzati della borghesia.

Anche nei riguardi dei cattolici intransigenti, gia attivi nelle amministrazioni degli enti locali e di istituzioni sociali pubbliche, ‘1a tattica giolittiana segna numerosi punti a proprio favore. L’elettorato cattolico, fedele alle direttive della gerarchia ecclesiastica, sostiene infatti contro i candidati socialisti radicali i candidati liberali, a patto che questi rispettino Ie istituzioni religiose e non riaprano la questione romana con la Santa Sede. Prende cosl forma il cosiddetto “Patto Gentiloni” (dal nome del presidente dell’Unione elettorale cattolica), che nel 1913 porta l’elettorato cattolico, dopo anni di astensionismo pili 0 meno praticato, a una partecipazione attiva alla politica del Paese.

Dalla guerra di Libia al governo Salandra

In politica estera Giolitti attenua il rigido triplicismo che aveva caratterizzato la nostra collocazione internazionale nell’ultimo decennio del XIX secolo, strettamente vincolata a fianco di Austria e Germania, mettendo in atto un riavvicinamento alla Francia. Il passaggio del Marocco sotto il protettorato Francese e la disponibilita di Parigi ad accettare una penetrazione coloniale italiana in Nordafrica inducono quindi Giolitti ad avviare la conquista dell’unico territorio ancora non sottoposto a regime coloniale lungo la costa mediterranea: la Libia. La guerra, preparata e attuata tra il 1911 e il 1912, e vol- uta da Giolitti soprattutto per rispondere alle sollecitazioni sull’ opinione pubblica della destra nazionalista, fondata da Enrico Corradi)  nel settembre del 1910. Quasi a fare da contrappeso a questa politica militarista ed espansionistica, Giolitti nel 1913 promuove il suffragio universale maschile, in virtu del quale gli elettori politici salgono al 24% (saliranno al 29% nel 1919). Tuttavia, questa apertura a nuove forze popolari non consente piu al governo il tradizionale controllo delle elezioni e della Camera. E i delicati equilibri giolittiani iniziano a logorarsi. L’avanzata della corrente rivoluzionaria all’interno del PSI (1912) e la sempre piu massiccia presenza di cattolici spaventa infatti la maggioranza dei deputati “ministeriali” che sollecitano così una politica piu conservatrice. Il portavoce riconosciuto di tale esigenza, Antonio Salandra (1914-16), forma così il nuovo governo, che rivela subito Ie sue intenzioni reprimendo duramente le agitazioni antimilitariste della “settimana rossa” (giugno 1914), che in Romagna e nelle Marche assumono quasi carattere insurrezionale; tra i promotori della rivolta si mette in luce un giovane esponente socialista, Benito Mussolini.

Venti di guerra

Intanto la crisi internazionale si fa piu acuta. Contribuiscono ad accendere le polveri il contrasto tra l’ asse franco-britannico e la Germania per la divisione del mondo in aree di influenza economica, ma anche la tradizionale rivalità austro-russa nei Balcani, Ie ambizioni imperialistiche delle altre potenze europee, così come gli antagonismi di carattere nazionalistico e Ie inquietudini di alcuni nuclei dell’irredentismo.

Il 28 giugno 1914 le pistolettate del rivoluzionario serbo Gavrilo Princip contro l’ arciduca austriaco Francesco Ferdinando a Sarajevo esaltano tutte queste tensioni e portano al pettine i nodi della politica estera italiana, per consuetudine riservata a cerchie ristrette di corte e di governo: il progressivo venir meno della fedeltà alla Triplice e il forte richiamo a una politica espansionistica nei confronti delle terre irredente (Trentino e Trieste). Nel rapido susseguirsi delle dichiarazioni di ostilita dell’ agosto 1914, l’Italia manifesta la propria neutralità, ma per l’intervento premono molteplici forze dall’esterno e dall’interno. Con maggior efficacia si muovono i fautori dell’intervento a favore di Francia, Belgio e Gran Bretagna democratiche: radicali, massoneria, socialisti riformisti, l’ex socialista Mussolini (espulso dal partito nel 1914), gli irredentisti trentini e triestini tra cui il socialista Cesare Battisti, ai quali presto si uniscono anche i nazionalisti con la vivace propaganda del poeta Gabriele D’ Annunzio.

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Larghe cerchie dell’opinione pubblica rimangono pero contrarie all’intervento: oltre ai socialisti, tradizionalmente pacifisti, gran parte dei cattolici, avversi alla guerra e in sintonia con le invocazioni alla pace del pontefice. Nel Parlamento la corrente giolittiana, che detiene la maggioranza, e favorevole a una neutralità negoziata con l’Austria, al fine di ottenere quale controparte Ie terre irredente. Il governo Salandra, orientato in senso nazionalistico, autorizza il ministro degli Esteri Antonino Paterno-Castello, marchese di San Giuliano, e poi Sidney Sonnino a trattare con Vienna e Berlino (ottobre 1914) per ottenere Trento e Trieste quale compenso per l’espansione dell’Austria-Ungheria nei Balcani.

I primi due anni del conflitto

Al rifiuto di Vienna, nonostante Ie pressioni di Berlino, si aprono delle trattative segrete con l’Intesa (Gran Bretagna, Francia, Russia) che si concludono con il Patto di Londra (26 aprile 1915): il corrispettivo dell’intervento dell’Italia contro 1’Austria (non contro la Germania, cosa che avverra nel 1916) e il Trentino, l’ Alto Adige fino al Brennero, Trieste e l’Istria, parte della Dalmazia esclusa Fiume, e altre terre nei Balcani e in Asia Minore a spese dell’Impero ottomano. AlIa denunzia della Triplice alleanza la maggioranza del Parlamento prende le distanze dal governo; rna a favore di questo si scatenano manifestazioni di piazza e quando Salandra presenta le dimissioni, il re le respinge facendo valere il prestigio della corona. n lealismo monarchico prevale così nella Camera, che accorda i pieni poteri richiesti. Il governo dichiara guerra all’Austria il 24 maggio 1915.

Le prime quattro operazioni offensive si svolgono lungo la linea dell’Isonzo, senza risultati significativi, fra giugno e dicembre sotto la direzione del generale Luigi Cadorna. Intanto, la situazione economica, che già all’inizio del 1915 aveva provocato in varie città tumulti popolari contro il carovita e la scarsità di pane, e ulteriormente aggravata dalle ingenti spese militari sostenute per la partecipazione alla guerra; la forza pubblica reprime duramente le manifestazioni contro il conflitto organizzate dai socialisti.

Il 1916 non fa registrare grandi cambiamenti suI piano militare. L’esercito austriaco scatena nel mese di maggio una grande offensiva in Trentino (Strafexpedition), che però non raggiunge i risultati sperati. In giugno le truppe italiane iniziano una controffensiva, con cui nei mesi successivi recuperano i territori perduti. Il 9 agosto gli Italiani entrano a Gorizia, ma anche questa battaglia, che pure costa enormi perdite, non porta a risultati strategici significativi. Tant’è che da settembre riprende nuovamente la guerra di posizione, con la settima, l’ottava e la nona battaglia dell’Isonzo.

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Queste sono le note che introducono la storia narrata dal film del 1970 di Francesco Rosi Uomini contro (tratto dal romanzo di Emilio Lussu Un anno sull’altopiano), ambientato sull’altopiano di Asiago tra il 1916 e il ’17. Secondo film della serie dedicata alla Grande Guerra dopo la pellicola di Stanley Kubrik Orizzonti di gloria (Paths of Glory) che abbiamo analizzato la scorsa settimana. Seguiranno Niente di nuovo sul fronte occidentale, film del 1979 (tratto dal celebre romanzo di Erich Maria Remarque con lo stesso titolo italiano) di Delbert Mann; La Grande Guerra di Mario Monicelli, del 1959 e Per il re e per la patria (King and Country) di Joseph Losey , del 1964.

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Informazioni su vincegargiulo

Nato a Napoli dove ho studiato arte. Insegno grafica e fotografia nella scuola statale. I miei interessi spaziano dalla comunicazione visiva alla filosofia, fotografia, cinema ...
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