Piccola storia del colore: dalla luce alle materie coloranti

Nella nostra comune esperienza, i colori sono una conseguenza della luce. Isaac Newton osservò come sia possibile scomporre la luce bianca in una serie di luci colorate (New Theory About Light and Color). Egli sperimentò anche il processo inverso, ricomponendo le luci colorate per ottenere la luce bianca.


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I colori fondamentali della luce sono il Rosso, il Verde e il Blu. Nella transizione tra il Rosso e il Verde riconosciamo l’arancione e il giallo. Tra il Verde e il Blu abbiamo gli azzurri. Tra il Blu e il Rosso, i viola.
In termini scientifici, la luce bianca è un fenomeno elettromagnetico, costituito da onde la cui lunghezza varia dai 750-620 nm (nanometri) del Rosso ai  380-450 nm del Blu. Tra queste frequenze, abbiamo i 495-570 nm, corrispondenti al Verde.


I colori che associamo agli oggetti sono in realtà luce riflessa. I colori della natura, il verde delle foglie, il giallo del limone, i rossi, i blu e i viola dei fiori ed ogni altro, sono l’effetto dell’assorbimento selettivo di una parte della luce bianca da parte degli atomi materia di cui sono composti. Il colore che vediamo è la parte dello spettro luminoso che viene riflessa.
Nel nostro mondo artificiale, il colore è spesso aggiunto, sovrapposto alla materia di cui gli oggetti sono fatti. Il metallo delle automobili è ricoperto da vernice colorata. I nostri abiti, le pareti delle camere, sugli oggetti d’uso comune e persino negli alimenti vengono utilizzate sostanze coloranti per renderli più attraenti. I colori ci piacciono. E ci servono, perchè tra i cinque sensi, la specie umana ha sviluppato maggiormente la vista. I colori forniscono informazioni utili sulla natura degli oggetti senza bisogno di toccarli o di assaggiarli o di annusarli.
Da sempre l’uomo ha imparato ad usare i colori per comunicare, attribuendo ad essi dei significati. Il rosso, il colore del sangue, produce un forte impatto emotivo. E’ un colore caldo, aggressivo, saliente, perché sembra venirci incontro. Il verde, il colore prevalente della vegetazione, produce un effetto calmante. E’ un colore neutro, passivo, introverso. L’azzurro e il blu, colori del cielo e del mare, sono freddi, anch’essi introversi e riflessivi, rientranti, perché sembrano allontanarsi dall’osservatore. La sensazione che il colore produce è all’origine dei significati che attribuiamo ad essi. Ma è soprattutto la conseguenza di una lunga elaborazione culturale, determinata da una molteplicità di fattori, anche di tipo economico.
Ad esempio, dopo l’anno Mille il blu divenne colore simbolo della regalità. La sostanza colorante derivava da una pianta originaria dell’India, da cui il termine “indaco” usato per denominarlo. Da millenni era utilizzato per la tintura dei tessuti, ma non era conosciuta ancora una tecnica per produrre una colorazione intensa e stabile, per cui in passato il blu-indaco non era particolamente apprezzato. I Romani lo consideravano barbaro. Per loro il colore per eccellenza era il rosso. Il porpora ricavato dalla lavorazione di un mollusco (il murice comune) del quale occorrevano migliaia di esemplari per ottenere minime quantità di sostanza colorante.  Era  molto costoso, destinato vestire i patrizi. Il rosso era il colore imperiale e resterà per molti secoli il colore più apprezzato ed utilizzato, al punto che “colorato” prese a significare semplicemente rosso (ancora adesso in spagnolo si usa dire “colorado” per indicare un capo d’abbigliamento di quel colore).
Il rosso era in effetti l’unico colore davvero riconosciuto e distinto, insieme al bianco e al nero. Il blu era per gli antichi una sorta di nero e aveva il valore di “scuro”, in opposizione al bianco, che aveva valore di chiaro. Il giallo era solo una variante del bianco. Bianco significava “senza colore”, non colorato. Nero, oltre che scuro, significava anche buio e sporco.


Durante il Medioevo alcuni pittori,  quando il committente poteva permetterselo, usavano il blu oltremare ricavato dalla macinazione dei lapislazzuli – una pietra preziosa già conosciuta e adoperata da millenni in Mesopotamia – per dipingere il manto della Vergine. Giotto lo impiegò anche per gli affreschi della Cappella degli Srovegni a Padova (il committente era un ricchissimo banchiere…), dove i cieli di quel particolare blu avevano lo stesso valore dei fondi oro dei dipinti su tavola.
Il colore dei lapislazzuli è molto bello e stabile, non sbiadisce e non cambia nel tempo, ma è anche estremamente costoso.  Gli antichi egizi, che a differenza dei popoli mesopotamici non possedevano miniere di lapislazzuli, avevano messo a punto già intorno al 2500 a.C. un processo chimico alternativo e piuttosto complesso per produrre la cosiddetta “fritta egizia”. Ottenevano una pasta vitrea che, ridotta in polvere, era utilizzata come pigmento. Non era brillante come il blu dei lapislazzuli, ma in compenso era molto stabile, tanto che lo possiamo ammirare in molti manufatti conservati nei musei. Lo stesso prodotto colorante era utlilizzato ancora in epoca romana e lo ritroviamo in opera nella pittura pompeiana (il blu pompeiano è lo stesso blu egizio).
Nel Medioevo erano utilizzare anche sostanze molto più comuni ed economiche per produrre il blu, oltre al costoso indaco di cui abbiamo detto. Il rosso non costituiva una novità. Il blu, invece, come abbiamo accennato, non era molto considerato per il suo costo e soprattutto per la scarsa qualità dei risultati.

Ad un certo punto, si iniziò ad utilizzare la  pianta di gualdo – molto più comune – e intanto si affinarono le tecniche per ricavarne una tintura satura e stabile. L’Europa riscoprì il blu e ne fece il nuovo colore dei re. Ma non solo il gualdo sostituì l’indaco. La robbia – una pianta molto diffusa –  prese il posto del costosissimo murice dei Fenici o del chermes (derivato da insetti) nella produzione dei rossi. E questo grazie soprattutto alle nuove tecniche di tintura (inventate in Italia) che producevano colori finalmente saturi e brillanti da materie prime più a buon mercato, come detto di derivazione vegetale.
Siamo intorno al XI Secolo e gli abiti colorati erano ancora appannaggio delle classi agiate, segno del loro censo, della loro prosperità, in un’epoca che si avviava alla modernità. La gente comune, i contadini e i lavoratori delle città, usavano vesti stinte, grigiastre, dai colori pallidi e smorti, ricavati da sostanze poco stabili. Francesco d’Assisi, come primo atto della sua conversione, rinunciò ai suoi abiti costosi e ben colorati, in cambio di un saio fatto di juta o di lana grezza, senza alcuna tintura. Le cronache del tempo raccontano che i francescani erano detti anche i “frati grigi”, a causa della loro veste incolore.


Nel medioevo il colore era molto importante come segno distintivo del potere economico e del rango sociale. I colori piacevano molto e dovevano essere pieni, saturi e luminosi per essere apprezzati. Quello che nei secoli successivi (e ancora oggi) è diventato un segno di eccentricità, di stravaganza, se non peggio, era assolutamente accettato e desiderabile ancora nel XV secolo. Man mano che i progressi tecnici lo rendevano possibile, gli artisti arricchivano la loro tavolozza. Gli artisti non solo avevano una sensibilità estetica molto più sviluppata, per mestiere, ma erano in grado di distinguere nettamente tra i diversi colori e le diverse tonalità di una stessa tinta. I pittori erano in grado di fabbricare i colori nelle loro botteghe dove insegnavano i segreti ai loro discepoli. Cennino Cennini sul finire del XIV secolo decide di scrivere un vero e proprio ricettario, il Libro dell’arte, dove descrive materiali e procedimenti tecnici in uso ai suoi tempi.

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Jean Van Ejck, Ritratto dei coniugi Arnolfini, 1434, Londra, National Gallery (Niccolò Arnolfini era un ricco mercante di Lucca che viveva e operava a Bruge, nelle Fiandre)

Leonardo da Vinci, forse il personaggio della storia dell’arte più celebre e geniale (lui si definiva “ingegno”), nel tentativo di affrancare la pittura dal ghetto delle arti meccaniche per iscriverla tra quelle liberali (intellettuali), non aveva grande simpatia per i colori. Non troverete colori vivaci e luminosi nelle sue opere. Leonardo prediligeva la forma e il disegno, che riteneva esprimessero meglio l’idea, i significati simbolici ed esoterici, mentre al colore attribuiva una valenza sensuale, seduttiva. In effetti, il colore comunica maggiormente se non esclusivamente sul piano emotivo piuttosto che razionale. Così, anche i colori hanno nelle sue opere una funzione simbolica.

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Leonardo da Vinci, L’annunciazione, 1472 c., Firenze, Uffizi (il manto della Vergine è blu e la veste rossa, come si doveva, ma i colori non sono brillanti, il loro valore è simbolico, non hanno lo scopo di sedurre lo sguardo)


Dal XVI al XVII secolo le cose cambiano. La Riforma luterana porta anche una drastica riduzione nell’uso del colore, simbolo esteriore di sfarzo e di lussuria, a favore del nero. La Riforma non fu solo iconoclasta*. Fu soprattutto cromoclasta. Nei paesi del nord Europa, con l’Olanda, l’austerità dei costumi morali si riflette icasticamente** nell’abbigliamento di donne e uomini. Bianco, nero e grigi erano di norma. Si potevano ammettere i blu e i verdi scuri, mentre tutti i colori caldi erano sistematicamente banditi.


*Distruttore di immagini sacre, con riferimento ai seguaci e rappresentanti di un movimento religioso (iconoclastia) che nell’Impero bizantino avversò, nei sec. 8° e 9°, il culto e l’uso delle sacre immagini. (Treccani)
Per estensione, cromoclasta è chi rifiuta e mette al bando i colori.
**(Che descrive, rappresenta o ritrae nei tratti essenziali, e quindi in modo efficace e spesso asciutto, tagliente: stile i.; espressioni i.; una descrizione icastica. ◆ Avv. icasticaménte, in modo realistico; con immediatezza, con efficacia rappresentativa: descrivere icasticamente.) (Treccani)

C’è da dire che, almeno fino al XV secolo, i tintori non erano stati capaci di produrre tessuti perfettamente bianchi o neri, che nel tempo non stingessero o virassero in giallini più o meno gradevoli. Quindi, i tessuti bianchi e quelli neri, oramai ottimamente prodotti, furono sdoganati dalla nuova moda dell’austerità protestante, finendo per dilagare anche nella cattolicissima Spagna. Il nero fu per il XVII secolo quello che era stato il blu nel XIII e il rosso nei secoli precedenti.
Se escludiamo gli anni settanta del Novecento, seguiti alle rivolte studentesche del ’68 – l’epoca hippy, dei “figli dei fiori”, ecc. – la moda si è sempre orientata su tinte scure, neutre, con gamme cromatiche armoniche ed essenzialmente uniformi, come nei tessuti di tweed.

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Una interessante escursione è poi quella nel territorio dell’araldica. Già, poiché abbiamo un ottimo esempio di applicazione sintattica dei colori che prende piede ancora una volta nel corso del Medioevo e mantiene la sua validità per gli studiosi della comunicazione visiva.
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Infatti, per la composizione cromatica delle insegne araldiche, doveva essere seguito un rigido codice dei colori. Questi, in numero di sette, erano divisi in metalli (bianco e giallo rappresentavano l’argento e l’oro) e smalti: rosso, nero, azzurro, verde e una totalità di porpora grigiastro, in genere poco utilizzato.


*(Se riflettiamo un attimo, i colori che compongono il sistema grammaticale araldico sono i tre primari additivi RGB e i due sottrattivi CY. Il Magenta non è ancora presente come tale, ma nelle vesti di quel colore porpureo la cui origine non mi è nota, che è curiosamente imparentato col nostro Magenta). 


Il codice prescriveva che, su campo ad esempio blu, il disegno potesse essere bianco, o giallo, ma non verde, rosso o porpora (vedi gli esempi a destra nella fila in basso).
Su campo bianco, si potevano usare tutti i colori, tranne il giallo, e viceversa. Questa codificazione araldica dei colori ha mantenuto una certa validità e ha costituito la base di sistemi analoghi, dai colori delle squadre sportive, alla segnaletica, per finire al packaging di prodotti farmaceutici e dovunque il colore debba assolvere una funzione convenzionale nella comunicazione.

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Informazioni su vincegargiulo

Nato a Napoli dove ho studiato arte. Insegno grafica e fotografia nella scuola statale. I miei interessi spaziano dalla comunicazione visiva alla filosofia, fotografia, cinema ...
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