Riprodurre il colore

Comprare un Mirò a meno di 20 Euro! O, cosa ne dite di un Raffaello? E di un Van Gogh? Avete già capito, sto parlando di riproduzioni d’arte. Si tratta di poster e cataloghi in vendita nei Musei, nelle Gallerie d’Arte nonché nelle edicole e nelle librerie di città d’arte grandi e piccole. Non so se rappresenti un buon business (non conosco i dati di vendita), ma sicuramente è un settore importante nel panorama della produzione editoriale.

Sono stampati per turisti, i quali di solito desiderano portare a casa il libro illustrato o la stampa del quadro famoso. Ma ci sono anche produzioni di maggiore qualità, per studenti, appassionati d’arte e talvolta anche studiosi che, non potendo sempre viaggiare per osservare da vicino le opere (esperienza unica e sempre consigliabile), si servono delle monografie e dei cataloghi d’arte, nei quali si aspettano di trovare riproduzioni fedeli.


Attualmente è possibile anche consultare banche d’immagini digitali ad alta risoluzione, per cui il problema della fedeltà dei colori si sposta dalla stampa ai sistemi digitali (sebbene questi ultimi siano coinvolti comunque nella fase di prestampa). Tratteremo questo argomento in un articolo a parte.


La stampa a colori nasce praticamente già ai tempi di Gutenberg. L’idea di stampare a più  colori sullo stesso foglio, aveva solo il limite della messa a registro delle matrici, problema risolto nel 1482 da Erhald Ratdolt. Stampe a due e a tre colori saranno prodotte durante tutto il XVI secolo, partendo da matrici xilografiche. Però, solo dopo la metà del secolo successivo si avvierà il percorso di avvicinamento concluso con la stampa in quadricromia.  Intorno al 1666, Jacob Christoph Le Blon – un tedesco di origini francesi – pensò di scomporre l’immagine su diverse forme di stampa, inchiostrate ognuna con un colore “primitivo” (primario): rosso, giallo e blù. Sovrapponendo la stampa ottenuta dalle diverse forme, egli intendeva ricomporre i colori secondo il principio della mescolanza sottrattiva.

leblon_fleury_1738

Il metodo di Le Blon, in una versione successiva con l’aggiunta del nero

L’idea derivava dalle recenti scoperte scientifiche di Newton sui colori primitivi”.  Ogni matrice doveva riportare il contenuto di colore primario relativo alle parti che lo contenevano, così, dove vi fosse una parte arancione, essa sarebbe stata riportata solo nella forma del rosso e in quella del giallo, che sovrapposte andavano a formare il colore dell’originale. Il problema era che i tre colori utilizzati non erano giusti (non si erano ancora individuati il ciano, il magenta e il giallo giusto) e i pigmenti utilizzati non erano puri, cosicché la mescolanza non dava i risultati sperati . Ben diverso è lavorare con i colori-luce che con i colori materici. La scienza precede sempre la tecnologia e ci vorranno più di un secolo per arrivare a produrre i colori puri e precisi di cui avrebbe avuto bisogno l’audace Le Blon!
Nel 1725  aveva anche dato alle stampe un volume, Coloritto; o l’armonia del colore in pittura ridotto a pratica meccanica con facili precetti e regole infallibili, in cui si azzardava a descrivere il procedimento e le sue straordinarie virtù.
La sua impresa editoriale, chiamata Picture Office, riuscì a realizzare un certo numero di riproduzioni, ma in realtà le difficoltà tecniche incontrate andavano ben oltre le sue possibilità e, soprattutto la vantata semplicità ed infallibilità del procedimento, per cui il povero Le Blon andò incontro ad una serie di fallimenti.


La tecnica basata sull’idea della scomposizione e ricomposizione mediante mescolanze sottrattive, aveva bisogno anche di un ulteriore perfezionamento, oltre a quello dei colori “giusti”. Era necessario un metodo adeguato per scomporre l’immagine nelle sue componenti grafiche, e questo metodo era (ed è tutt’ora) la mezzatinta, inventata nel XVII secolo e perfezionata alla metà del XVIII da francese Jean-Chrales François. Questa tecnica, dati i costi molto elevati per la realizzazione delle forme di stampa ad incavo (le quali erano prodotte a mano da incisori specializzati) era adoperata più spesso per realizzare stampe a un colore. Quelle a più colori erano piuttosto rozze e approssimative, non potendo far ricorso ai procedimenti fotomeccanici ancora di la da venire.
Alla fine del Settecento, com’è noto, Johan Aloysius Senefelder inventò la litografia (anche se la nuova tecnica si diffuse solo più tardi) e con essa inizia una nuova era nella storia delle tecniche di stampa e della riproduzione d’arte. Dopo la metà dell’Ottocento, esistevano già macchine litografiche automatiche in grado di stampare litografie a più colori (dette cromolitografie). Questa tecnica venne applicata alla riproduzione con l’idea di diffondere la conoscenza dell’arte classica mediante la stampa seriale. Iniziava così anche la storia della cultura di massa: l’arte non era più appannaggio dei ricchi viaggiatori che giravano il mondo e visitavano musei e residenze storiche. Anche i comuni borghesi (certo non ancora la working class) potevano accedere alla grande arte e anche acquistare delle copie abbastanza economiche dei capolavori del passato.


Nei prossimi articoli vedremo nel dettaglio la tecnica di stampa a mezzatinta, analizzando gli aspetti tecnici che collegano questo argomento al concetto fondamentale di gestione del colore nei sistemi digitali, a partire proprio dalla riproduzione fotografica in cui consiste il primo delicato passaggio per la corretta resa dei colori negli stampati (e non solo).

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Informazioni su vincegargiulo

Nato a Napoli dove ho studiato arte. Insegno grafica e fotografia nella scuola statale. I miei interessi spaziano dalla comunicazione visiva alla filosofia, fotografia, cinema ...
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