Tecnologie digitali dell’industria grafica

Nell’esporre sommariamente i costituenti centri di spesa del processo di produzione dell’industria grafica editoriale, abbiamo già detto che alcune fasi della lavorazione hanno fatto segnare notevoli cambiamenti nella prassi operativa, grazie alle nuove tecnologie. I giovani che oggi si affacciano in questo settore non avranno probabilmente alcuna opportunità di osservare di persona i procedimenti di lavorazione in uso fino a pochi decenni or sono. Tuttavia, fatta eccezione per la stampa digitale (detta propriamente computer to paper), che ha allargato il mercato degli stampati e introdotto nuovi sistemi produttivi molto semplificati, la prestampa – che pure ha subito una notevole trasformazione – mantiene molte delle caratteristiche dei sistemi tradizionali, quando si tratta di una lavorazione finalizzata, ad esempio,  alla stampa in offset.
I processi produttivi attuali, consentono di realizzare le pellicole che serviranno per la realizzazione delle forme di stampa, direttamente dal computer (procedimento digitale computer to film*). Si tratta di un sistema integrato di hardware e software il cui terminale è una fotounità postscript e di un rip** che impressiona le pellicole, collegata ad una sviluppatrice (chimica) automatica.


Come funziona praticamente un RIP ? (per approfondire l’argomento vedi la nota**)
1) l’interprete traduce il linguaggio PostScript ed esegue tutte le istruzioni, quindi memorizza in una display list tutti gli elementi grafici presenti in ciascuna pagina, una per una, rendendoli uniformi;
2) Il render provvede a convertire gli oggetti della display list in pixel (bitmap), secondo la risoluzione impostata;
3) lo screening esegue la retinatura delle immagini (a colori o in scala di grigi) e le memorizza le bitmap. Nel processo digitale (CtP) le bitmap vengono stampate sulle lastre dalla macchina (lastre pronte all’uso, vedi tav.1).


Lo sviluppo tecnologico ha rapidamente superato anche l’innovazione costituita dal CtF e solo i costi iniziali per l’acquisto delle apparecchiature sta rallentando la tecnologia CtP (computer to plate*) che rappresenta una vera rivoluzione, consentendo all’azienda di realizzare le forme per la stampa offset direttamente dai file di progetto.

Workflow schematico del sistema CtP (computer to plate: procedimento di formatura digitale)

Tav.1: Workflow schematico del sistema CtP (computer to plate: procedimento di formatura digitale)


*Computer to Film (CtF): l’immagine elaborata dal RIP viene stampata su pellicola fotolito e da questa sulla lastra (formatura).
*Computer to Plate (CtP): l’immagine elaborata dal RIP viene stampata direttamente su lastra, saltando il passaggio intermedio su pellicola. Tav.1.
Attualmente, grazie alla precisione ed all’affidabilità dell’interazione tra laser e lastre fotosensibili, la tecnologia CtP sta rapidamente sostituendo la CtF in virtù dell’evidente risparmio di tempo, attrezzature e materiali e del conseguente abbattimento dei costi.

**Il RIP (Raster Image Processor, elaboratore di immagini rasterizzate) è un dispositivo, costituito da una parte hardware (computer) e da una parte software (programma), che genera la mappa di bit, necessaria a pilotare un dispositivo di output di tipo digitale (fotounità o stampante), a partire da una serie di comandi vettoriali che rappresentano gli oggetti grafici contenuti nella pagina.
I documenti, inviati dal sistema di fotocomposizione al RIP per essere stampati, non sono costituiti da un insieme di pixel (mappa di bit), necessari per pilotare la fotounità o la stampantePer motivi connessi a velocità di trasmissione, possibilità di manipolazione dei componenti la pagina, indipendenza dalla risoluzione dell’organo di output, risparmio di memoria, ecc., gli oggetti sono descritti attraverso una serie di comandi vettoriali, che utilizzano funzioni di tipo matematico. È quindi necessario un particolare tipo di linguaggio di programmazione, dedicato a questo compito e perciò definito PDL (Page Description Language, linguaggio di descrizione della pagina), in grado di trasformare in una mappa di bit i comandi vettoriali relativi a caratteri, filetti, trame, ecc., ad esclusione delle fotografie, che sono sempre trasmesse come mappa di bit.

Il RIP è quindi un computer (hardware) che, eseguendo un opportuno programma (software) di interpretazione dei dati, scritti secondo un determinato PDL, provenienti dal sistema front-end, è in grado di generare la mappa di bit per l’esecuzione della fotografia della pagina completa.
Dal punto di vista operativo si distingue tra RIP hardware e RIP software.
I RIP hardware sono costruiti attorno a un elaboratore dedicato e fanno girare un piccolo ed efficiente sistema operativo in tempo reale. Ciò consente al costruttore di ottimizzare tutti gli aspetti del progetto per la funzione specifica del RIP. È anche possibile ridurre i costi di fabbricazione eliminando tutti i componenti non necessari, come monitor o tastiera.
I RIP software, al contrario, sono basati su piattaforme standard tipo Mac, PC, ecc., nei quali gira il software specifico o PDL. Ciò facilita la scelta della configurazione da parte dell’utente per quanto riguarda la velocità di elaborazione, la capacità di memoria, le opzioni di rete e così via. Poiché un RIP software utilizza una piattaforma standard, spesso è considerato un  investimento preferibile nel lungo periodo. Quando non viene più usata come RIP, la piattaforma può servire per altri scopi. Anche in questo caso, però, vi sono aspetti negativi. I RIP software si basano su computer universali, quindi né l’hardware né il software sono ottimizzati per la rasterizzazione della pagina.
Tra i vari PDL, ossia gli specifici linguaggi di programmazione per la generazione di mappe di bit atte a pilotare i dispositivi di output, di gran lunga il più diffuso è Adobe PostScript, giunto alla terza versione (PostScript 3) e da considerarsi a tutti gli effetti uno standard industriale.


Schermata 2014-12-15 alle 17.36.43

Fotounità a tamburo interno (in fase di montaggio per poter osservare gli organi interni della macchina).

Le tecnologie CtP

Le macchine che producono direttamente le lastre per gli impianti offeset, possono essere di tre tipi:

a) a tamburo interno: dispongono di un tamburo interno con diametro più stretto e con angolo di apertura superiore a 180°. I diametri stretti sono resi fattibili dalla maggiore flessibilità delle pellicole rispetto alle lastre metalliche; d’altra parte, gli angoli di apertura maggiori di 180° rendono possibile, in certi casi, la riflessione del fascio laser sull’altro lato del tamburo, con conseguenti immagini fantasma. Nelle fotounità a tamburo di elevata qualità si evitano questi effetti utilizzando tamburi interni con angolo di apertura inferiore a 180°.
Che si tratti di fotounità progettate per pellicole o lastre, la superficie interna è comunque sempre dotata di canali e fori di aspirazione affinché il materiale fotosensibile rimanga aderente al tamburo e ne segue la curvatura semicilindrica.
Il laser produce un raggio continuo che è guidato attraverso un sistema ottico su uno specchio con asse di rotazione coincidente con quello del cilindro ed inclinato di 45°. Questo specchio rotante riflette a 90° il raggio laser, sulla perpendicolare alla superficie interna del tamburo. Lo specchio combina la rotazione con la traslazione lungo l’asse del tamburo; così facendo, il raggio laser descrive un’elica ed espone il materiale fotosensibile secondo una successione regolare di linee. È quindi evidente che la superficie fotosensibile di pellicole e lastre deve
essere rivolta verso l’interno del tamburo.

b) A tamburo esterno. Contrariamente a quanto accade nelle fotounità a tamburo interno, fare aderire le lastre alla superficie esterna di un tamburo, in modo che ne seguano perfettamente la curvatura cilindrica, non comporta particolari problemi. Pertanto, le fotounità a tamburo esterno, che nell’era del CtF parevano destinate ad essere soppiantate da quelle a tamburo interno, sono diventate le periferiche per eccellenza nell’ambito del CtP, sia relativamente alla produttività sia per i grandi formati.
Un elemento di scrittura multiraggio proietta i fasci laser sul materiale fotosensibile, che ruota accoppiato al tamburo. A causa delle dimensioni e della massa del cilindro, la velocità di rotazione è limitata ad alcune centinaia di giri/min. (700 giri/min).
Poiché con velocità di rotazione di questo ordine l’esposizione con un singolo raggio laser richiederebbe troppo tempo, si dirigono più raggi laser simultaneamente sulla superficie esterna del tamburo. Inoltre, per abbreviare il tempo di esposizione, è utile che l’angolo di copertura del materiale fotosensibile intorno al cilindro sia più grande di 180°, in modo che ad ogni singola rotazione sia esposta un’area maggiore, come accade nelle fotounità a tamburo interno della stessa grandezza. L’esposizione multiraggio può essere realizzata con due diverse tecniche.

c) A letto piano. Le fotounità basate sul metodo in piano sono meno costose di quelle a tamburo ed adatte a volumi produttivi più limitati. Le soluzioni tecnologiche possibili sono due:
1) la pellicola o la lastra vengono punzonate ed il raggio laser le espone muovendosi sia lungo l’asse X sia lungo l’asse Y;
2) il raggio laser si sposta lungo l’asse X esponendo il materiale fotosensibile che scorre lungo l’asse Y.
Nella seconda soluzione, al momento dell’esposizione, la pellicola non è realmente disposta su una superficie piana, bensì parzialmente avvolta su un rullo che la distende e la tiene in tensione. Uno specchio rotante ad alta velocità provvede a deviare di 90° il fascio emesso dal laser ed a fargli percorrere la generatrice del rullo. L’angolo di oscillazione del raggio laser deve essere limitato, affinché la sua sezione di illuminazione alle due estremità del rullo, sul quale è esposta la pellicola, non assuma una forma eccessivamente ellittica con conseguente deformazione dei punti retinati.
Nel caso delle fotounità per lastre, l’esposizione avviene invece su una superficie realmente in piano, grazie alla maggiore rigidità del supporto in alluminio. Questa tipologia di macchine è anche conosciuta come fotounità a trascinamento.

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Informazioni su vincegargiulo

Nato a Napoli dove ho studiato arte. Insegno grafica e fotografia nella scuola statale. I miei interessi spaziano dalla comunicazione visiva alla filosofia, fotografia, cinema ...
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